Ministero petrino è confermare la fede e custodire l'unità
Quarta riflessione di monsignor Pierangelo Sequeri su "Pietro a Milano", in preparazione alla visita di Benedetto XVI nel capoluogo lombardo
“Piccoli e grandi sono necessari come le membra di uno stesso corpo. Ciascuno ha il suo dono per l’utilità comune, e a nessuno è possibile gloriarsi del dono, perché l’uomo è polvere”. Questa frase si trova nella prima lettera di un Papa di cui abbiamo notizia certa.
La lettera di Clemente di Roma ai Corinzi è il più antico documento letterario cristiano dell’immediata posterità apostolica. Di fatto, nella lettera, la Chiesa di Roma e l’Autore della lettera si identificano, mostrando consapevolezza di un ruolo autorevole iscritto proprio in questo legame. Esiste una precisa testimonianza di questo. Quasi un secolo dopo, nella Chiesa di Corinto, la lettera di Clemente si leggeva ancora con rispetto e devozione all'interno della celebrazione liturgica (così attesta il vescovo di Corinto, Dionigi, in una sua lettera del 170 d. C. alla Chiesa di Roma). Benedetto XVI, nella sua catechesi dedicata al terzo successore di Pietro, sintetizza efficacemente: "Potremmo dire che questa lettera costituisce un primo esercizio del primato romano dopo la morte di san Pietro".
Nello scritto di Clemente, però, c'è suggestiva assonanza con l'asse fondamentale del ministero petrino – confermare la fede, custodire l'unità – anche nei contenuti.
La sua occasione è un grave dissidio interno alla comunità di Corinto, che mette in pericolo l’unità dei credenti e la comunione fra presbiteri e laici. La circostanza non è nuova. Corinto è una comunità ricca di doni speciali, ma anche di contraddizioni memorabili. Lo sa bene san Paolo, come possiamo capire dalle appassionate esortazioni della sua prima lettera sui temi dell’unità ecclesiale e della comunione fra i credenti (lettera che Clemente mostra di conoscere bene). E’ proprio a loro che Paolo, sulla falsariga dell’apologo di Menenio Agrippa, raccomandava l'armonia delle membra dell'unico corpo (1Cor 12, 12-27). E’ sempre a loro che Paolo ha dedicato l’elogio per la bella diversità dei carismi, purché siano guidati dalla regola d’oro dell’utilità comune: agape rimane il carisma più alto, per tutti (1Cor 12, 31).
Anche per Clemente l’utilità di tutti i doni, nell'unità della Chiesa, si compone senza contraddizione con la cura dell’ordinamento che la garantisce. “E’ Dio che ha istituito l’ordine nelle sue funzioni. Il Cristo, inviato di Dio, ha inviato gli apostoli, che hanno istituito i vescovi e i diaconi”. Nell’interesse supremo della comunione ispirata da agape, alla quale tutti partecipano con uguale diritto e dovere, le comunità cristiane devono custodire l'armonia di questo ordinamento con sincera dedizione. Quando esso è avvilito e ferito, infatti, prima o poi tutti lo saranno. “Dobbiamo confessare le nostre colpe e preferire – anche a costo della vita – il bene della comunità al proprio interesse personale, come Mosé, come tanti pagani, come Giuditta ed Ester”. Ci sono dei momenti in cui la fede condivisa chiede di considerare ogni altra cosa secondaria, purché si ristabiliscano il clima della fraternità e il rispetto dell'ordinamento che la fanno vivere nel Signore. “Bisogna dunque supplicare il Signore di ristabilirci nell’amore fraterno: è questa la porta del Cristo; nulla è più grande di agape". A qualche anno di distanza, una celebre formula della lettera di sant’Ignazio ai Romani attesterà a chiare lettere la “presidenza” della chiesa di Pietro in ordine al “primato” di agape nelle chiese e fra le chiese.
La prima generazione dei successori degli Apostoli esprime una fede il cui solco è già tracciato dalla parola del Signore. Il riconoscimento e l'apprezzamento fattivamente accordati al ministero istituito gli consentono di servire realmente per ciò a cui è destinato. E questo, che la parola del Signore si attende, oggi, da noi.
Qui sotto i link alle precedenti riflessioni:
- Gesù a Pietro: il più grande diventi il più piccolo
- Gesù investe Pietro di un ruolo unico nella Chiesa
