Gesù a Pietro: il più grande diventi il più piccolo
Terza riflessione di monsignor Pierangelo Sequeri su "Pietro a Milano", in preparazione alla visita di Benedetto XVI nel capoluogo lombardo
Verso la fine della sua prima lettera, Pietro scrive: "Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano (presbyteros) come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi, sorvegliandolo (episkopein) non per forza ma volentieri secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge" (1Pt 5, 1-4).
La memoria di Pietro, qui, è inevitabilmente sollecitata da due parole del Signore, forti e bellissime, che furono rivolte a lui con un'intonazione molto personale e coinvolgente.
La prima è quella che Luca colloca intenzionalmente nel più ampio contesto delle parole che Gesù dedica ai suoi discepoli nell'ultima cena. Proprio in quel momento, infatti, gli apostoli incominciarono a discutere su chi tra loro potesse considerarsi "il più grande". Sono i capi delle nazioni – tagliò corto Gesù – che spadroneggiano su di esse, pretendendo un riconoscimento da grandi benefattori. Tra voi, però, non sia così: "il più grande diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve". Dopo aver apprezzato la loro perseveranza e promesso un degno compimento alla loro fedeltà, posto di riguardo nel regno suo, Gesù proseguì rivolgendosi di slancio a Simone/Pietro: "Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli" (Lc 22, 31-32). Non può sfuggire il cambio di passo, e nemmeno lo scarto dell'interlocutore: satana vi ha cercato, io ho pregato per te. Pietro, come al solito, anticipa di slancio l'offerta della sua fedeltà: "sono pronto ad andare in prigione e alla morte". Succederà, infatti. Ma prima, Pietro dovrà misurare tutta la sua incapacità di essere all'altezza, con le proprie forze, della testimonianza richiesta. E perciò, dell'assistenza offerta e della consegna ricevuta da Gesù, a titolo di particolare elezione ("non venga meno la tua fede", "conferma i tuoi fratelli").
Vi avrà forse incuriosito, nella citazione iniziale della lettera di Pietro, la determinazione con la quale l'Apostolo insiste sulla spontanea eleganza della dedizione al ministero ecclesiastico. Da svolgere volentieri, "non per forza". I destinatari e le funzioni dell'esortazione a pascere il gregge sono indicati con termini che diventeranno specifici (presbyteros, episkopein). Interessa però, qui, il fatto che Pietro, iscrivendosi come apostolo, testimone privilegiato "delle sofferenze di Cristo", nell'orizzonte di tutte le forme del ministero ecclesiastico, insista sull'attaccamento libero e amorevole ad esso: un tratto inconfondibile di stile. Non per forza, ma volentieri. Non per interesse, ma di buon animo. Non spadroneggiando, ma facendosi modelli per il gregge.
Nell'insistenza di Pietro su questo intimo legame fra l'istituzione del ministero e lo spirito di agape, risuona inevitabilmente l'eco del suo ultimo dialogo con il Risorto, così com'è presentato, con toccante figurazione di stile narrativo, nell'epilogo del vangelo di Giovanni. Il tono al tempo stesso confidenziale e solenne della ripetuta richiesta di Gesù ("Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?"), sigilla personalmente un'investitura totale ("Pasci i miei agnelli"). E chiama all'esemplarità dell'imitazione. Il ministero assegnato consiste essenzialmente nel nutrire e curare il gregge, sull'esempio del Supremo Pastore (1Pt 5, 5). La consegna investe esemplarmente Pietro, come nessun altro. Perciò, proprio a lui fu chiesto – e sempre gli sarà chiesto – di amare il Signore come nessun altro.
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