Il segno di Cana: una festa che non finisce mai
Seconda puntata delle riflessioni di monsignor Giuseppe Angelini, docente di Teologia morale alla Facoltà teologica dell'Italia settentrionale
«La famiglia: il lavoro e la festa»: il tema del VII Incontro mondiale delle famiglie accosta la famiglia al binomio antitetico, il lavoro e la festa. L’alternanza di lavoro e festa scandisce i tempi della vita. Giobbe esprime un sospetto, che la vita umana sia solo lavoro: Non ha forse un duro lavoro l'uomo sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli d'un mercenario? Neppure la notte infatti è tempo di riposo; anche allora si fatica: come lo schiavo sospira l'ombra e come il mercenario aspetta il suo salario, così a me son toccati mesi d'illusione e notti di dolore (cfr. Gb 7, 1-3). Se però invece davvero di un’alternanza dei tempi si tratta, pare scontato che alla famiglia spetti la qualità di tempo della festa.
Meglio, di tempo del riposo. Nella tradizione biblica l’adempimento essenziale del sabato, dunque della festa, è il riposo. E la celebrazione del sabato è domestica. Oggi, nel tempo in cui la divisione tra sfera privata e sfera pubblica s’è fatta netta, l’associazione della festa con lo spazio domestico appare ancor più persuasiva. All’odierna famiglia affettiva sono affidati in esclusiva due compiti, entrambi a vantaggio del riposo: la rassicurazione primaria dei minori e la stabilizzazione emotiva degli adulti. Fuori di casa al singolo sono chieste prestazioni, in famiglia egli ha riconoscimenti.
In favore dell’associazione tra famiglia è riposo pare deporre anche la mirabile pagina che il vangelo di Giovanni dedica al primo segno compiuto da Gesù, quello di Cana, mediante il quale egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui (Gv 2, 11); allora per i discepoli fu festa. Oltre tutto, il quarto vangelo colloca il segno di Cana al terzo giorno (Gv 2,1); la notazione suggerisce un acco-stamento alla risurrezione di Gesù. Di più, questo terzo giorno fa seguito ai primi quattro della nuova creazione. Il solenne prologo di Giovanni accosta l’inizio della vicenda del Verbo fatto carne all’inizio del cielo e della terra; dopo le solenni formule iniziali, il vangelo racconta gli eventi dei primi quattro giorni, la testimo-nianza del Battista e la chiamata dei discepoli; e il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea.
La festa di nozze compimento della nuova creazione? Supremo tempo di festa? La festa di nozze come festa che non si dissolve col passare dei giorni, ma – smen-tendo tutte le previsioni - riserva per gli ultimi tempi, quelli della vecchiaia, il vino migliore? Sì, certo; questo è il messaggio di Cana. Ma perché si produca questo segno, che manifesta la gloria di Gesù, è indispensabile che i servi obbediscano alla Madre: Fate tutto quello che vi dirà (Gv 2,5). È indispensabile che gli sposi stessi, come servi, obbediscano al Figlio.
Le cose che si debbono fare ogni giorno nella vita domestica sono sempre uguali. minacciano d’apparire scipite come l’acqua; paiono consumare la gioia degli inizi. La gente di mondo è rassegnata al carattere inevitabile di tale scadimento; come dice il maestro di tavola, tutti servono da principio il vino buono e poi, quando sono tutti un pò confusi, quello meno buono (Gv 1,10). Per conservare il vino fino all’ultima ora è necessario dissociarsi da questa tacita rassegnazione e obbedire all’invito della Madre, partecipare così alla sua ostinata speranza. Il compito im-pegnativo che attende la santa madre Chiesa è appunto quello di avvicinare le istruzioni del Figlio alla vita degli sposi, di mettere a frutto la parola del vangelo per mostrare come c’è più gioia nel dare che ne ricevere.
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