La Famiglia: il lavoro e la festa
La Famiglia: il lavoro e la festa

30 maggio - 3 giugno 2012

LA FAMIGLIA: IL LAVORO E LA FESTA

Catechesi preparatorie
per il VII Incontro mondiale delle Famiglie

(Milano, 30 maggio – 3 giugno 2012)

Indice delle catechesi

  1. Il segreto di Nazareth
  2. La famiglia genera la vita
  3. La famiglia vive la prova
  4. La famiglia anima la società
  5. Il lavoro e la festa nella famiglia
  6. Il lavoro risorsa per la famiglia
  7. Il lavoro sfida per la famiglia
  8. La festa tempo per la famiglia
  9. La festa tempo per il Signore
  10. La festa tempo per la comunità

 

Tema delle catechesi

Famiglia, lavoro, festa. Sono le tre parole del tema per il VII Incontro mondiale delle Famiglie. Formano un trinomio che parte dalla famiglia per aprirla al mondo: il lavoro e la festa sono modi con cui la famiglia abita lo «spazio» sociale e vive il «tem­po» umano. Il tema mette in rapporto la coppia di uomo e donna con i suoi stili di vita: il modo di vivere le relazioni (la famiglia), di abitare il mondo (lavoro) e di umanizzare il tempo (festa).

Le catechesi sono articolate in tre gruppi, riguardanti in sequenza la famiglia, il lavoro e la festa e introdotte da una catechesi sullo stile della vita familiare. Esse vogliono illuminare l’intreccio tra l’esperienza della famiglia e la vita quotidiana nella società e nel mondo.

Struttura delle catechesi

Ordinario A. Canto e saluto iniziale
B. Invocazione dello Spirito Santo
Proprio C. Lettura della Parola di Dio
D. Catechesi biblica
E. Ascolto del Magistero
F. Domande per il dialogo di coppia e in gruppo
Ordinario G. Un impegno per la vita familiare e sociale
H. Preghiere spontanee. Padre Nostro
I. Canto finale
Torna all'indice

1. IL SEGRETO DI NAZARETH

A. Canto e saluto iniziale

B. Invocazione dello Spirito Santo

C. Lettura della Parola di Dio

D. Catechesi biblica

1.         Venne fra i suoi.  Perché la famiglia deve scegliere uno stile di vita? Quali sono i nuovi stili di vita per la famiglia di oggi circa il lavoro e la festa? Due passi biblici descrivono il modo con cui il Signore Gesù è venuto tra noi (Gv 1,11-12) e ha vissuto in una famiglia umana (Lc 2,40-41.51-52)

Il primo testo ci presenta Gesù che abita in mezzo alla sua gente: «Venne fra i suoi, ma i suoi non lo hanno accolto. A quanti, però, lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio, a quelli che credono nel suo nome». La Parola eterna parte dal seno del Padre, viene tra la sua gente ed entra in una famiglia umana. Il popolo di Dio, che avrebbe dovuto essere il grembo accogliente del Verbo, si rivela sterile. I suoi non lo accolgono, anzi lo tolgono di mezzo. Il mistero del rifiuto di Gesù di Nazareth si colloca nel cuore della sua venuta tra noi. A coloro che lo accolgono, però, «ha dato il potere di diventare figli di Dio». Sotto la croce Giovanni vede realizzato ciò che proclama all’inizio del suo vangelo. Gesù, «vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava» (Gv 19,26) consegna alla madre il nuovo figlio e affida al discepolo amato la madre. L’evangelista commenta: «e da quell’ora il discepolo la accolse con sé» (19,27). Ecco lo «stile» che Gesù ci chiede per venire tra noi: uno stile capace di accogliere e generare

Gesù domanda che la famiglia sia luogo che accoglie e genera la vita in pienezza. Essa non dona solo la vita fisica, ma apre alla promessa e alla gioia. La famiglia diventa  capace di «accogliere» se sa preservare la propria intimità, la storia di ciascuno, le tradizioni familiari, la fiducia nella vita, la speranza nel Signore. La famiglia diventa capace di «generare» quando fa circolare i doni ricevuti, quando custodisce il ritmo dell’esistenza quotidiana tra lavoro e festa, tra affetto e carità, tra impegno e gratuità. Questo è il dono che si riceve in famiglia: custodire e trasmettere la vita, nella coppia e ai figli.

La famiglia ha il suo ritmo, come il battito del cuore; è luogo di riposo e di slancio, di arrivo e di partenza, di pace e di sogno, di tenerezza e di responsabilità. La coppia deve costruire l’atmosfera prima dell’arrivo dei figli. Il lavoro non può rendere deserta la casa, ma la famiglia dovrà imparare a vivere e a coniugare i tempi del lavoro con quelli della festa. Spesso dovrà confrontarsi con pressioni esterne che non consentono di scegliere l’ideale, ma i discepoli del Signore sono quelli che, vivendo nella concretezza delle situazioni, sanno dare sapore ad ogni cosa, anche a quello che non si riesce a cambiare: sono il sale della terra. In particolare, la domenica deve essere tempo di fiducia, di libertà, di incontro, di riposo, di condivisione. La domenica è il momento dell’incontro tra uomo e donna. Soprattutto è il Giorno del Signore, il tempo della preghiera, della Parola di Dio, dell’Eucarestia, dell’apertura alla comunità e alla carità. E così anche i giorni della settimana riceveranno luce dalla domenica e dalla festa: ci sarà meno dispersione e più incontro, meno fretta e più dialogo, meno cose e più presenza. Un primo passo in questa direzione è vedere come abitiamo la casa, cosa facciamo nel nostro focolare. Bisogna osservare com’è la nostra dimora e considerare lo stile del nostro abitare, le scelte che vi abbiamo fatto, i sogni che abbiamo coltivato, le sofferenze che viviamo, le lotte che sosteniamo, le speranze che nutriamo.

2.       Il segreto di Nazareth. In questo villaggio della Galilea, Gesù vive il periodo più lungo della sua vita. Gesù diventa uomo: con il trascorrere degli anni attraversa molte delle esperienze umane per salvarle tutte: si fa uno di noi, entra in una famiglia umana, vive trent’anni di assoluto silenzio che diventano rivelazione del mistero dell’umiltà di Nazareth.

Il ritornello che apre il brano delinea con pochi tratti il «segreto di Nazareth». È il luogo per crescere in sapienza e grazia di Dio, nel contesto di una famiglia che accoglie e genera. «Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui». Il mistero di Nazareth ci dice in modo semplice che Gesù, la Parola che viene dall’alto, il Figlio del Padre, si fa bambino, assume la nostra umanità, cresce come un ragazzo in una famiglia, vive l’esperienza della religiosità e della legge, la vita quotidiana scandita dai giorni di lavoro e dal riposo del sabato, il calendario delle feste. Il «figlio dell’Altissimo» veste i panni della fragilità e della povertà, è accompagnato dai pastori e da persone che esprimono la speranza di Israele. Il mistero di Nazareth, però, è molto di più: è il segreto che ha affascinato grandi santi, come Teresa di Lisieux e Charles de Foucauld.

Infatti, il ritornello di chiusura dell’episodio dice che Gesù «scese con loro e venne a Nazareth e stava loro sottomes­so. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età (maturità) e grazia davanti a Dio e agli uomini». Ecco il mistero profondo di Nazareth: Gesù, la Parola di Dio in persona, si è immerso nella nostra umanità per trent’anni. Le parole degli uomini, le relazioni familiari, l’esperienza dell’amicizia e della conflittualità, della salute e della malattia, della gioia e del dolore sono diventati linguaggi che Gesù impara per dire la Parola di Dio. Donde vengono, se non dalla famiglia e dall’ambiente di Nazareth, le parole di Gesù, le sue immagini, la sua capacità di guardare i campi, il contadino che semina, la messe che biondeggia, la donna che impasta la farina, il pastore che ha perso la pecora, il padre con i suoi due figli. Dove ha imparato Gesù la sua sorprendente capacità di raccontare, immaginare, paragonare, pregare nella e con la vita? Non vengono forse dall’im­mersione di Gesù nella vita di Nazareth? Per questo diciamo che Nazareth è il luogo dell’umiltà e del nascondimento. La parola si nasconde, il seme scende nel grembo della terra e muore per portare come dono l’amore stesso di Dio, anzi il volto paterno di Dio. Questo è il mistero di Nazareth.

3.       I legami familiari. Gesù vive in una famiglia segnata dalla spiritualità giudaica e dalla fedeltà alla legge: «I suoi genitori si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa». La famiglia e la legge sono il contesto dove Gesù cresce in sapienza e grazia. La famiglia ebraica e la religiosità giudaica, una famiglia patriarcale e una religione domestica, con le sue feste annuali, con il senso del sabato, con la preghiera e il lavoro quotidiano, con lo stile di un amore di coppia puro e tenero, fanno comprendere come Gesù abbia vissuto a fondo la sua famiglia.

Anche noi cresciamo in una famiglia umana, dentro legami di accoglienza che ci fanno crescere e rispondere alla vita e a Dio. Anche noi diventiamo ciò che abbiamo ricevuto. Il mistero di Nazareth è l’insieme di tutti questi legami: la famiglia e la religiosità, le nostre radici e la nostra gente, la vita quotidiana e i sogni per il domani. L’avventura della vita umana parte da ciò che abbiamo ricevuto: la vita, la casa, l’affetto, la lingua, la fede. La nostra umanità è forgiata da una famiglia, con le sue ricchezze e le sue povertà.

 

E. Ascolto del Magistero

La vita di famiglia porta con sé uno stile singolare, nuovo, creativo, da vivere e gustare nella coppia e da trasmettere ai figli affinché trasformi il mondo. Lo stile evangelico della vita familiare influisce dentro e oltre la cerchia ecclesiale, facendo rifulgere il carisma del matrimonio, il comandamento nuovo dell’amore verso Dio e verso il prossimo. Suggestivamente, Familiaris Consortio n. 64 ci esorta a riscoprire un volto più familiare di Chiesa¸ con l’adozione di «uno stile più umano e fraterno di rapporti».

Stile evangelico della vita in famiglia

Animata e sostenuta dal comandamento nuovo dell’amore, la famiglia cristiana vive l’accoglienza, il rispetto, il servizio verso ogni uomo, considerato sempre nella sua dignità di persona e di figlio di Dio.

Ciò deve avvenire, anzitutto, all’interno e a favore della coppia e della famiglia, mediante il quotidiano impegno a promuovere un’autentica comunità di persone, fondata e alimentata dall’interiore comunione di amore. Ciò deve poi svilupparsi entro la più vasta cerchia della comunità ecclesiale, entro cui la famiglia cristiana è inserita: grazie alla carità della famiglia, la Chiesa può e deve assumere una dimensione più domestica, cioè più familiare, adottando uno stile più umano e fraterno di rapporti.

La carità va oltre i propri fratelli di fede, perché «ogni uomo è mio fratello»; in ciascuno, soprattutto se povero, debole, sofferente e ingiustamente trattato, la carità sa scoprire il volto di Cristo e un fratello da amare e da servire.

Perché il servizio dell’uomo sia vissuto dalla famiglia secondo lo stile evangelico, occorrerà attuare con premura quanto scrive il Concilio Vaticano II: «Affinché tale esercizio di carità possa essere al di sopra di ogni sospetto e manifestarsi tale, si consideri nel prossimo l’immagine di Dio secondo cui è stato creato, e Cristo Signore al quale veramente è donato quanto si dà al bisognoso» (AA 8). [Familiaris Consortio, 64]

 

F. Domande per il dialogo di coppia e in gruppo

Domande per la coppia
  1. La nostra famiglia è luogo che accoglie e genera la vita in pienezza nelle varie dimensioni umane e cristiane?
  2. Quali scelte facciamo perché la famiglia sia spazio per crescere in sapienza e grazia di Dio?
  3. Che tipo di legami familiari, affettivi, religiosi nutrono la crescita della coppia e dei figli?
Domande per il gruppo familiare e la comunità
  1. Quali sono i nuovi stili di vita per la famiglia di oggi tra lavoro e festa?
  2. Quali scelte e quali criteri guidano la nostra vita quotidiana?
  3. Quali difficoltà comunicative e sociali si devono affrontare per fare della famiglia un luogo di crescita umana e cristiana?
  4. Quali sono le difficoltà culturali che s’incontrano nel trasmettere le forme della vita buona e della fede?

G. Un impegno per la vita familiare e sociale

H. Preghiere spontanee. Padre Nostro.

I. Canto finale

Torna all'indice

2. LA FAMIGLIA GENERA LA VITA

A. Canto e saluto iniziale

B. Invocazione dello Spirito Santo

C. Lettura della Parola di Dio

D. Catechesi biblica

1.       Maschio e femmina li creò. Perché Dio ha creato l’uomo e la donna? Perché ha voluto che nella coppia umana, più che in ogni altra creatura, brillasse la sua immagine? L’uomo e la donna che si amano, con tutto se stessi, sono la culla che Dio ha scelto per deporvi il Suo amore, affinché ogni figlio e ogni figlia che nascono al mondo possano conoscerlo, accoglierlo e viverlo, di generazione in generazione, dando lode al Creatore.

Nelle prime pagine della Bibbia si illustra il bene che Dio ha pensato per le sue creature. Dio ha creato l’uomo e la donna pari nella dignità eppure differenti: maschio l’uno, femmina l’altra. La somiglianza unita alla differenza sessuale permette ai due di entrare in dialogo creativo, stringendo un’alleanza di vita. Nella Bibbia l’alleanza con il Signore è ciò che dà vita al popolo, in rapporto con il mondo e la storia dell’umanità intera. Ciò che la Bibbia insegna a proposito dell’umanità e di Dio ha radice nella vicenda dell’Esodo, in cui Israele sperimenta la vicinanza benevola del Signore e diviene suo popolo, acconsentendo a quell’alleanza da cui soltanto proviene la vita.

La storia dell’alleanza del Signore con il suo popolo illumina il racconto della creazione dell’uomo e della donna. Essi sono creati per un’alleanza che non riguarda solo loro stessi, ma coinvolge il Creatore: «A immagine e somiglianza di Dio lo creò: maschio e femmina li creò».

La famiglia nasce dalla coppia pensata, nella sua stessa differenza sessuata, a immagine del Dio dell’alleanza. In essa il linguaggio del corpo ha grande rilievo, racconta qualcosa di Dio stesso. L’alleanza che un uomo e una donna, nella loro differenza e complementarietà, sono chiamati vivere è a immagine e somiglianza del Dio alleato del suo popolo. Il corpo femminile è predisposto per desiderare e accogliere il corpo maschile e viceversa, ma lo stesso, prima ancora, vale per la «mente» e il «cuore». L’incontro con una persona dell’altro sesso suscita sempre curiosità, apprezzamento, desiderio di farsi notare, di dare il meglio di sé, di mostrare il proprio valore, di prendersi cura, di proteggere…; è un incontro sempre dinamico, carico di energia positiva, poiché nella relazione con l’altro/a scopriamo e sviluppiamo noi stessi. L’identità maschile e femminile risalta specialmente quando tra lui e lei sorge la meraviglia per l’incontro e il desiderio di stabilire un legame.

Nel racconto di Gen 2, Adamo si scopre maschio proprio nel momento in cui riconosce la femmina: l’incontro con la donna gli fa percepire e nominare il suo essere uomo. Il reciproco riconoscimento dell’uomo e della donna sconfigge il male della solitudine e rivela la bontà dell’alleanza coniugale. Contrariamente a quello che sostiene l’ideologia del gender, la differenza dei due sessi è molto importante. È il presupposto perché ognuno possa sviluppare la propria umanità nella relazione e nell’interazione con l’altro. Mentre i due coniugi si donano totalmente l’uno all’altro, insieme si donano anche ai figli che potrebbero nascere. Tale dinamica del dono viene impoverita ogni qual volta si fa un uso egoistico della sessualità, escludendo ogni apertura alla vita.

2.       Non è bene che l’uomo sia solo. Per colmare la solitudine di Adamo, Dio crea per lui «un aiuto che gli corrisponda». Nella Bibbia il termine «aiuto» ha per lo più Dio come soggetto, fino a diventare un titolo divino («Il Signore è per me, è il mio aiuto» Sal 118,7) con «aiuto», inoltre, non si intende un generico intervento, ma il soccorso portato a fronte di un pericolo mortale. Creando la donna quale aiuto che gli corrisponde, Dio sottrae l’uomo alla cattiva solitudine che mortifica, e lo inserisce nell’alleanza che dà vita: l’alleanza coniugale, in cui l’uomo e la donna si donano reciprocamente la vita; l’alleanza genitoriale, in cui padre e madre trasmettono la vita ai figli.

La donna e l’uomo sono l’una per l’altro un «aiuto» che «sta di fronte», sostiene, condivide, comunica, escludendo qualsiasi forma di inferiorità o di superiorità. La pari dignità tra uomo e donna non ammette alcuna gerarchia e, nello stesso tempo, non esclude la differenza. La differenza consente a uomo e donna di stringersi in alleanza e l’alleanza li rende saldi. Lo insegna il libro del Siracide: «Chi si procura una sposa possiede il primo dei beni, un aiuto adatto a lui e una colonna d’appoggio. Dove non esiste siepe la proprietà è saccheggiata, ove non c’è donna l’uomo geme randagio» (36, 26-27).

L’uomo e la donna che si amano nel desiderio e nella tenerezza dei corpi, come pure nella profondità del dialogo, divengono alleati che si riconoscono l’uno grazie all’altra, mantengono la parola data e sono fedeli al patto, si sostengono per realizzare quella somiglianza con Dio a cui, come maschio e femmina, sono chiamati fin dalla fondazione del mondo. Lungo il cammino della vita approfondiscono il linguaggio del corpo e della parola, poiché di entrambi c’è bisogno quanto dell’aria e dell’acqua. Uomo e donna devono evitare le insidie del silenzio, della distanza e dell’incomprensione. Non di rado i ritmi lavorativi, quando divengono estenuanti, sottraggono tempo ed energie alla cura della relazione tra gli sposi: c’è bisogno allora del tempo della festa che celebra l’alleanza e la vita.

La creazione della donna avviene mentre l’uomo dorme profondamente. Il torpore che Dio fa scendere su di lui esprime il suo abbandonarsi a un mistero che gli è impossibile comprendere. L’origine della donna rimane avvolta nel mistero di Dio, come misteriosa rimane per ogni coppia l’origine del proprio amore, il motivo dell’incontro e della reciproca attrazione che ha condotto alla comunione di vita. Una cosa appare tuttavia certa: nella relazione di coppia Dio ha inscritto la «logica» del suo amore, per la quale il bene della propria vita consiste nel donarsi all’altro/a.

L’amore di coppia, fatto di attrazione, compagnia, dialogo, amicizia, cura… affonda le sue radici nell’amore di Dio, che fin dall’origine ha pensato l’uomo e la donna quali creature che si amassero del suo stesso amore, benché l’insidia del peccato possa rendere faticosa e ambigua la loro relazione. Purtroppo il peccato sostituisce la logica dell’amore, del dono di sé con la logica del potere, del dominio, della propria affermazione egoistica.

3.         I due saranno un’unica carne. Creata dalla costola dell’uomo, la donna è «carne dalla sua carne e osso dalle sue ossa». Per tale motivo, la donna partecipa della debolezza – la carne – dell’uomo, ma anche della sua struttura portante – l’osso –. Un commento del Talmud osserva che «Dio non ha creato la donna dalla testa dell’uomo perché dominasse l’uomo; non l’ha creata dai piedi perché fosse soggetta all’uomo, ma l’ha creata dalla costola perché fosse vicina al suo cuore». A queste parole fanno eco quelle dell’«amata» del Cantico dei Cantici: «Mettimi come sigillo sul tuo cuore...» (8,6). In esse si esprime l’unione profonda e intensa cui aspira e alla quale è destinato l’amore di coppia.

«Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne»:l’uomo pronuncia queste sue prime parole di fronte alla donna. Fino a questo momento egli aveva «lavorato» dando nome agli animali, rimanendo però ancora solo, incapace di parole di comunione. Quando invece vede davanti a sé la donna, l’uomo pronuncia parole di meraviglia, riconoscendo in lei la grandezza di Dio e la bellezza degli affetti. Alla comunione ricca di stupore, gratitudine e solidarietà di un uomo e di una donna Dio affida la sua creazione. Alleandosi nell’amore essi diventeranno nel tempo un’«unica carne».

L’espressione «unica carne» allude certamente al figlio, ma ancor prima evoca la comunione interpersonale che coinvolge totalmente l’uomo e la donna, al punto da costituire una nuova realtà. Così uniti, l’uomo e la donna potranno e dovranno disporsi alla trasmissione della vita, all’accoglienza, generando i figli ma anche aprendosi alle forme dell’affido e dell’adozione. L’intimità coniugale, infatti, è il luogo originario predisposto e voluto da Dio dove la vita umana non solo viene generata e nasce, ma anche viene accolta e apprende tutta la costellazione degli affetti e dei legami personali.

Nella coppia vi è meraviglia, accoglienza, dedizione, sollievo all’infelicità e alla solitudine, alleanza e gratitudine per le opere meravigliose di Dio. E così essa si fa terreno buono dove la vita umana viene seminata, germoglia e viene alla luce. Luogo di vita, luogo di Dio: la coppia umana, accogliendo insieme l’una e l’Altro, realizza il suo destino a servizio della creazione e, divenendo sempre più simile al suo Creatore, percorre il cammino verso la santità.

E. Ascolto del Magistero

Nella vita di famiglia le relazioni interpersonali hanno fondamento e ricevono alimento dal mistero dell’amore. Il matrimonio cristiano, quel vincolo per cui l’uomo e la donna promettono di amarsi nel Signore per sempre e con tutto se stessi, è la sorgente che alimenta e vivifica i rapporti fra tutti i membri della famiglia. Non a caso, nei brani seguenti della Familiaris Consortio e dell’Evangelium Vitae, per illustrare il segreto della vita domestica, ricorrono più volte i  termini «comunione» e «dono».

L’amore, sorgente e anima della vita familiare

La comunione coniugale costituisce il fondamento sul quale si viene edificando la più ampia comunione della famiglia, dei genitori e dei figli, dei fratelli e delle sorelle tra loro, dei parenti e di altri familiari.

Tale comunione si radica nei legami naturali della carne e del sangue, e si sviluppa trovando il suo perfezionamento propriamente umano nell’instaurarsi e nel maturare dei legami ancora più profondi e ricchi dello spirito: l’amore, che anima i rapporti interpersonali dei diversi membri della famiglia, costituisce la forza interiore che plasma e vivifica la comunione e la comunità familiare.

La famiglia cristiana è poi chiamata a fare l’esperienza di una nuova e originale comunione, che conferma e perfeziona quella naturale e umana. In realtà, la grazia di Gesù Cristo, «il Primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29), è per sua natura e interiore dinamismo una «grazia di fraternità», come la chiama san Tommaso d’Aquino (S. Th. II· II·, 14, 2, ad 4). Lo Spirito Santo, effuso nella celebrazione dei sacramenti, è la radice viva e l’alimento inesauribile della soprannaturale comunione che raccoglie e vincola i credenti con Cristo e tra loro nell’unità della Chiesa di Dio. Una rivelazione e attuazione specifica della comunione ecclesiale è costituita dalla famiglia cristiana, che anche per questo può e deve dirsi «Chiesa domestica» (LG, 11; cfr. AA, 11).

Tutti i membri della famiglia, ognuno secondo il proprio dono, hanno la grazia e la responsabilità di costruire, giorno per giorno, la comunione delle persone, facendo della famiglia una «scuola di umanità più completa e più ricca»: (GS, 52) è quanto avviene con la cura e l’amore verso i piccoli, gli ammalati e gli anziani; col servizio reciproco di tutti i giorni; con la condivisione dei beni, delle gioie e delle sofferenze. [Familiaris Consortio, 21]

La famiglia è chiamata in causa nell’intero arco di esistenza dei suoi membri, dalla nascita alla morte. Essa è veramente «il santuario della vita..., il luogo in cui la vita, dono di Dio, può essere adeguatamente accolta e protetta contro i molteplici attacchi a cui è esposta, e può svilupparsi secondo le esigenze di un'autentica crescita umana». Per questo, determinante e insostituibile è il ruolo della famiglia nel costruire la cultura della vita.

Come chiesa domestica, la famiglia è chiamata ad annunciare, celebrare e servire il Vangelo della vita. È un compito che riguarda innanzitutto i coniugi, chiamati ad essere trasmettitori della vita, sulla base di una sempre rinnovata consapevolezza del senso della generazione, come evento privilegiato nel quale si manifesta che la vita umana è un dono ricevuto per essere a sua volta donato. Nella procreazione di una nuova vita i genitori avvertono che il figlio «se è frutto della loro reciproca donazione d'amore, è, a sua volta, un dono per ambedue, un dono che scaturisce dal dono».

È soprattutto attraverso l'educazione dei figli che la famiglia assolve la sua missione di annunciare il Vangelo della vita. Con la parola e con l'esempio, nella quotidianità dei rapporti e delle scelte e mediante gesti e segni concreti, i genitori iniziano i loro figli alla libertà autentica, che si realizza nel dono sincero di sé, e coltivano in loro il rispetto dell'altro, il senso della giustizia, l'accoglienza cordiale, il dialogo, il servizio generoso, la solidarietà e ogni altro valore che aiuti a vivere la vita come un dono. L'opera educativa dei genitori cristiani deve farsi servizio alla fede dei figli e aiuto loro offerto perché adempiano la vocazione ricevuta da Dio. Rientra nella missione educativa dei genitori insegnare e testimoniare ai figli il vero senso del soffrire e del morire: lo potranno fare se sapranno essere attenti ad ogni sofferenza che trovano intorno a sé e, prima ancora, se sapranno sviluppare atteggiamenti di vicinanza, assistenza e condivisione verso malati e anziani nell'ambito familiare. [Evangelium Vitae, 92]

F. Domande per il dialogo di coppia e in gruppo

Domande per la coppia
  1. Come viviamo il desiderio e la tenerezza nella nostra relazione?
  2. Quali ostacoli intralciano il nostro cammino di alleanza profonda?
  3. Il nostro amore di coppia è aperto ai figli, alla società e alla chiesa?
  4. Quale piccola decisione possiamo prendere per migliorare la nostra intesa?
Domande per il gruppo famigliare e la comunità
  1. Come promuovere nella nostra comunità il valore dell’amore sponsale?
  2. Come favorire la comunicazione e l’aiuto reciproco tra le famiglie?
  3. Come aiutare coloro che sono in difficoltà nella vita di coppia e di famiglia?

G. Un impegno per la vita familiare e sociale

H. Preghiere spontanee. Padre Nostro

I. Canto finale

Torna all'indice

3. LA FAMIGLIA VIVE LA PROVA

A. Canto e saluto iniziale

B. Invocazione dello Spirito Santo

C. Lettura dalla parola di Dio

D. Catechesi biblica

1.       Un angelo apparve in sogno a Giuseppe. Prima o poi, in vari modi, la vita di famiglia viene messa alla prova. Allora si richiede saggezza, discernimento e speranza, tanta speranza, talvolta oltre ogni umana evidenza. La sofferenza, il limite e il fallimento fanno parte della nostra condizione di creature, segnata dall’esperienza del peccato, rovina di ogni bellezza, corruzione di ogni bontà. Questo non significa che siamo destinati a soccombere; anzi, l’accettazione di questa condizione ci sprona a confidare nella presenza benevola di Dio che sa far nuove tutte le cose.

Il brano evangelico descrive con toni drammatici il viaggio di una famiglia, quella di Gesù, apparentemente simile a molte altre: il piccolo è in pericolo, si deve subito, nottetempo, intraprendere il viaggio verso una terra straniera. La giovane famiglia si trova così costretta a incamminarsi per una strada imprevista, complicata, inquietante. È quanto succede anche oggi a molte famiglie, costrette a lasciare le loro abitazioni per poter offrire ai loro piccoli un contesto di vita migliore e per sottrarli ai pericoli del mondo circostante. Forse, però, il racconto della fuga in Egitto allude a una vicenda più universale, che tocca tutte le famiglie: la necessità di intraprendere il viaggio che conduca i genitori verso la loro maturità e i figli all’età adulta, nella consapevolezza della loro vocazione; ciò che, non di rado può avvenire a prezzo di decisioni anche dolorose. È il viaggio del fare famiglia, del generare ed educare i figli, cammino arduo, difficile, impegnativo in cui le tante difficoltà da cui nessuna famiglia è preservata, possono talvolta scoraggiare.

Nel racconto evangelico Gesù parte bambino e, una volta tornato, acquisisce il suo nome di adulto: «sarà chiamato Nazareno» (v.23), titolo che prefigura già il suo destino di croce; così dal viaggio di ogni famiglia, in cui anche i genitori maturano, nascono figli adulti, in grado di assumere in prima persona la loro vocazione. Di questo viaggio di famiglia, gli attori principali sono i genitori, specialmente il padre, chiamati a predisporre buone condizioni di vita per i figli. La necessità di partire è riferita a Giuseppe con il linguaggio dei sogni. In sogno (Mt 1,20-21) già gli era stata annunciata la gravidanza di Maria e gli era giunto l’invito ad accoglierla e prenderla con sé (cf Mt 1,20-21).

Di Giuseppe si conosce poco, ma una cosa è certa: «era giusto» (Mt 1,19). La giustizia, virtù delle relazioni interpersonali, mette al primo posto la salvaguardia del prossimo; così Giuseppe, essendo giusto, aveva deciso di licenziare Maria in segreto anziché esporla al pubblico giudizio. Nella semplicità del suo cuore egli sa intravvedere il piano di Dio e cogliere negli avvenimenti della vita di famiglia la mano divina. È fondamentale saper «ascoltare gli angeli», discernere spiritualmente gli eventi e i momenti della nostra vita familiare, perché siano sempre curate, favorite, guarite le relazioni. La famiglia, infatti, vive di buone relazioni, di sguardi positivi gli uni per gli altri, di stima e di rassicurazione reciproche, di difesa e protezione: da questo clima derivano l’attento discernimento e la pronta decisione che mette in salvo la vita di un figlio. Ciò vale per ogni famiglia, per quelle che vivono una concreta situazione di pericolo, ma anche per quelle che sono in situazioni apparentemente più sicure: i genitori devono rimanere rivolti alla vita buona dei figli, da sottrarre alle insidie e ai pericoli.

L’angelo invita a svegliarsi, prendere, accogliere, fuggire… e fidarsi, rimanendo in terra straniera finché lo dice Lui, il Signore. Giuseppe assume le sue responsabilità è protagonista della propria vicenda, ma non si sente solo, perché conta sullo sguardo di Colui che provvede alla vita degli uomini. La fiducia in Dio non esonera dalla riflessione, dalla valutazione delle situazioni, dal complesso percorso della decisione, piuttosto rende possibile vivere in tutte le situazioni, senza mai disperare o rassegnarsi. Giuseppe è sveglio, in grado di far fronte agli eventi e di proteggere la vita della madre e del bambino; ma egli agisce anche nella piena consapevolezza di essere assistito dalla protezione efficace di Dio.

2.       Prendi con te il bambino e sua madre. Giuseppe ubbidisce, prende il bambino e sua madre e li porta lontano dalla situazione di pericolo. Il re Erode, infatti, che doveva essere garante della vita del suo popolo, di fatto si è trasformato nel persecutore da cui fuggire. Anche oggi, la famiglia vive a contatto con pericolose e subdole insidie: sofferenza, povertà, prepotenza, ma anche ritmi lavorativi eccessivi, consumismo, indifferenza, abbandono e solitudine…  Il mondo intero può presentarsi come ostile, avversario della vita dei più piccoli in molte forme. Ogni genitore vorrebbe rendere più facile il mondo, più abitabile ai propri figli e mostrare loro che la vita è buona e degna di essere vissuta.

Le cure offerte ai figli nella loro prima infanzia sono motivate da questo desiderio: i genitori sono dispiaciuti se i figli piangono, soffrono e fanno di tutto per alleviare il loro dolore. Fanno quello che possono perché la vita per i loro figli sia bella, sia un dono, sia benedetta in nome di Dio. Ecco il significato del viaggio in Egitto: la ricerca di un luogo sicuro oltre la notte, che protegga dalle insidie, preservi dalla violenza, riammetta alla speranza, permetta di conservare una buona idea di Dio e della vita.

A questa opera sembra chiamato in primo luogo il padre: è lui che si sveglia e prende l’iniziativa. A Giuseppe sono affidati il figlio e la madre; egli sa che dovrà portarli entrambi in Egitto, al sicuro. «Prendi il bambino e sua madre», dice l’angelo ben due volte, e il testo riprende altre due volte queste parole. Esse suonano come un incoraggiamento ai padri a superare le incertezze, a farsi avanti, a prendersi cura del bambino e della madre. Le scienze umane oggi stanno riscoprendo l’importanza decisiva della figura paterna per la crescita integrale dei figli.

Il padre – suggerisce il testo – trova la sua identità e il suo ruolo quando custodisce la madre, ovvero quando si prende cura della relazione di coppia. Sappiamo bene come l’intesa dei genitori sia decisiva per proteggere, custodire, incoraggiare i figli; sappiamo anche come sia difficile per l’uomo custodire la donna dalle mille notti della solitudine, del silenzio e dell’incomunicabilità. Anche queste, a ben guardare, sono insidie che rendono la vita più «difficile» per i figli!

3.         Si rifugiò in Egitto. Il viaggio di una famiglia: partire, andarsene da una terra ostile verso una più abitabile, l’Egitto, che a suo tempo era stato terra di schiavitù e sofferenza, ma anche luogo della rivelazione dell’amore del Signore per il suo popolo Israele.

L’Egitto riempie di pensieri l’immaginario d’Israele: è la terra in cui sono stati ospitati Giacobbe e i suoi figli e prima ancora il suo figlio Giuseppe, venduto dai fratelli; è la terra in cui il popolo ha sofferto la schiavitù e sperimentato la liberazione. Anche Mosè era fuggito da quella terra che lo aveva ospitato. L’angelo chiede a Giuseppe di mettere in salvo il bambino proprio là, quasi a dire che, rivisitato e abitato con speranza e fiducia, anche un luogo di morte può diventare una culla per la vita. Ma perché ciò avvenga è necessario il coraggio di tornarvi e la decisione di abitare in quel luogo difficile, sorretti dalla fiducia nel Dio della vita. La fede in Dio è in grado di fare nuove tutte le cose e di restituire vitalità alle famiglie.

Giuseppe parte «nella notte». Nella notte non si vede nulla, si è come ciechi; si può però, ascoltare e udire la voce che sostiene e incoraggia. Tante sono le «notti» che calano sulla vita di famiglia: quelle popolate di sogni, buoni e cattivi; quelle che vedono la coppia brancolare nel buio di una relazione divenuta difficile; quelle dei figli in crisi, che diventano muti, distanti, oppure accusatori e ribelli… quasi irriconoscibili. Tutte queste notti – insegna il racconto della fuga in Egitto – si possono attraversare portando il figlio al sicuro quanto più si mantiene con fiducia l’orecchio attento alla Parola del Signore.

Ai genitori è chiesto di custodire i figli dalle molte notti della loro relazione, dei loro problemi, e dalle notti dei loro stessi figli, talvolta molto dolorose, per via delle loro scelte contrarie al bene. Specialmente in questi momenti, il padre si prende cura del figlio, conservando la certezza, anche agli occhi addolorati della madre, di trovare per lui un luogo di rifugio. Tale rifugio è, non raramente, lo stesso cuore del padre e della madre, dove l’immagine del figlio si conserva intatta e dove i genitori possano ritrovare la pazienza e la speranza per continuare ad amarlo.

Gesù morirà a Gerusalemme, in quella stessa terra da cui viene allontanato per essere protetto, per mano dello stesso potere al quale i suoi genitori lo hanno sottratto. Giunge un momento nella vita di famiglia in cui i genitori devono ritirarsi. Quando hanno compiuto il loro servizio, accompagnando il figlio a riconoscere la sua vocazione, è bene che si facciano da parte, lasciando che sia fatta la volontà di Dio. La famiglia non è eterna, e dopo aver accompagnato il figlio a sperare nella bontà della vita ricevuta, deve incoraggiarli a partire, ad andare oltre per la loro strada. I genitori danno prova della loro saggezza nella discrezione della loro presenza, nel farsi da parte che non è mai un abbandono, ma una forma di stima e di libertà che prepara il futuro del mondo.

Ancora in sogno, Giuseppe comprende che è giunto il momento di ricondurre la famiglia in terra d’Israele. Saggiamente prende le misure, valuta la situazione e decide – illuminato da una misteriosa profezia – di stabilire la sua dimora a Nazareth, un luogo più sicuro rispetto alla Giudea. Il sogno è nuovamente luogo di rivelazione e di vittoria sull’ostilità e la violenza, sebbene invisibile e quasi inconsistente, diviene luogo del discernimento attento e coraggioso, riuscendo a sconfiggere la ben più evidente e solida arma del potere. Nulla può mettere in scacco la provvidenza di Dio, capace di salvare dalle situazioni più difficili e pericolose tutti coloro che gli si affidano. Egli è presente nelle notti delle nostre famiglie, e nella trama nascosta e talvolta oscura degli eventi, tesse il suo disegno di salvezza.

 

E. Ascolto del Magistero

Il n. 18 della Familiaris Consortio rappresenta un suggestivo affresco delle «notti della famiglia» che calano su tutte le età della vita e le stagioni dell’esistenza. Il testo aiuta a leggere, in ogni parte del mondo, le peculiari difficoltà delle famiglie nel tempo odierno con l’intelligenza della mente e la compassione del cuore. Raccogliendo le preoccupazioni pastorali dei Padri del Sinodo il grande affetto di Giovanni Paolo II indirizza lo «sguardo» della Chiesa a leggere con amore le sofferenze e le fatiche che attraversano la vita familiare e chiede anche oggi ai suoi pastori, ai ministeri laicali, alle famiglie, di arricchire lo «sguardo» della Chiesa sulla folla innumerevole che è come «un gregge senza pastore».

Sostenere la famiglia in difficoltà

Un impegno pastorale ancor più generoso, intelligente e prudente, sull’esempio del Buon Pastore, è richiesto nei confronti di quelle famiglie che - spesso indipendentemente dalla propria volontà o premute da altre esigenze di diversa natura - si trovano ad affrontare situazioni obiettivamente difficili […]

Tali sono, ad esempio, le famiglie dei migranti per motivi di lavoro; le famiglie di quanti sono costretti a lunghe assenze, quali, ad esempio, i militari, i naviganti, gli itineranti d’ogni tipo; le famiglie dei carcerati, dei profughi e degli esiliati; le famiglie che nelle grandi città vivono praticamente emarginate; quelle che non hanno casa; quelle incomplete o monoparentali; le famiglie con i figli handicappati o drogati, le famiglie di alcoolizzati; quelle sradicate dal loro ambiente culturale e sociale o in rischio di perderlo; quelle discriminate per motivi politici o per altre ragioni; le famiglie ideologicamente divise; quelle che non riescono ad avere facilmente un contatto con la parrocchia; quelle che subiscono violenza o ingiusti trattamenti a motivo della propria fede; quelle composte da coniugi minorenni; gli anziani, non raramente costretti a vivere in solitudine e senza adeguati mezzi di sussistenza.

Altri momenti difficili, nei quali la famiglia ha bisogno dell’aiuto della comunità ecclesiale e dei suoi pastori, possono essere: l’adolescenza irrequieta contestatrice ed a volte tempestosa dei figli; il loro matrimonio, che li stacca dalla famiglia di origine; l’incomprensione o la mancanza di amore da parte delle persone più care; l’abbandono da parte del coniuge o la sua perdita, che apre la dolorosa esperienza della vedovanza, della morte di un familiare che mutila e trasforma in profondità il nucleo originario della famiglia. [Familiaris Consortio 18]

 

F. Domande per il dialogo di coppia e in gruppo

Domande per la coppia
  1. Quali sono le «prove» attuali della nostra famiglia? Come le viviamo?
  2. Che uomo sono per la madre dei miei figli? Che donna sono per il padre dei miei figli? Che padre e madre siamo per i nostri figli?
  3. Come può crescere la nostra coppia nella fiducia e nella speranza a fronte delle situazioni di fatica e sofferenza?
  4. Quale piccola decisione possiamo prendere?
Domande per il gruppo familiare e la comunità
  1. Quali sono le principali minacce alle famiglie nella nostra società e cultura?
  2. Come possiamo rendere il mondo più vivibile per i nostri figli?
  3. Come aiutare la nostra comunità a rafforzare la speranza nel futuro?

G. impegno per la vita familiare e sociale

H. Preghiere spontanee. Padre Nostro

I. Canto finale

Torna all'indice

4. LA FAMIGLIA ANIMA LA SOCIETÀ

A. Canto e saluto iniziale

B. Invocazione dello Spirito Santo

C. Lettura dalla parola di Dio

D. Catechesi biblica

1.       Avete inteso che fu detto… Ma io vi dico. Perché educare i nostri figli alla generosità, all’accoglienza, alla gratitudine, al servizio, alla solidarietà, alla pace, e a tutte quelle virtù sociali così importanti per la qualità umana del loro vivere? Quale vantaggio ne traggono? Forse non c’è crescita di ricchezza, di prestigio, di sicurezza. Eppure è solo coltivando queste virtù che gli uomini hanno un futuro sulla terra. Esse crescono grazie alla perseveranza di coloro che, come i genitori, educano le nuove generazioni al bene. Il messaggio cristiano ci incoraggia a qualche cosa di più grande, di più bello, di più rischioso e di più promettente: l’umanità della famiglia, grazie a quella scintilla divina in essa presente e che nemmeno il peccato ha tolto, può rinnovare la società secondo il disegno del suo Creatore. L’amore divino ci sprona sulla via dell’amore del nemico, della dedizione per lo sconosciuto, della generosità oltre il dovuto. La famiglia partecipa della sovrabbondante generosità del nostro Dio: perciò può guardare più lontano e vivere una gioia più grande, una speranza più forte, un più grande coraggio nelle scelte.

Molte delle parole di Gesù riportate nei vangeli illuminano la vita familiare. Del resto, la sua sapienza a riguardo della vita umana è cresciuta grazie al clima familiare in cui ha trascorso gran parte della sua esistenza: lì ha conosciuto il variegato mondo degli affetti, ha sperimentato l’accoglienza, la tenerezza, il perdono, la generosità, la dedizione. Nella sua famiglia ha constatato che è meglio dare piuttosto che pretendere, perdonare invece di vendicarsi, offrire piuttosto che trattenere, spendersi senza risparmiare la propria vita. L’annuncio del Regno da parte di Gesù nasce entro la sua diretta esperienza di famiglia e investe tutte le relazioni, partendo proprio da quelle familiari, illuminandole di nuova luce e dilatandole oltre i confini della legge antica. Gesù invita a superare una visione egoistica dei legami familiari e sociali, ad allargare gli affetti oltre il ristretto cerchio della propria famiglia, affinché divengano lievito di giustizia per la vita sociale.

La famiglia è la prima scuola degli affetti, la culla della vita umana dove il male può essere affrontato e superato. La famiglia è una risorsa preziosa di bene per la società. Essa è il seme dal quale nasceranno altre famiglie chiamate a migliorare il mondo. Può però accadere che i legami familiari impediscano di sviluppare il ruolo sociale degli affetti. Succede quando la famiglia sequestra per sé energie e risorse, chiudendosi nella logica del tornaconto familiare che non lascia alcuna eredità per il futuro della società.

Gesù vuole liberare la coppia e la famiglia dalla tentazione di rinchiudersi in se stessi: «Se amate quelli che vi amano… se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario?». Con parole rivoluzionarie, Gesù ricorda ai suoi uditori l’«antica» somiglianza con Dio, invitandoli a dedicarsi agli altri secondo lo stile divino, oltre i timori e le paure, oltre i calcoli e le garanzie di un proprio vantaggio.

Meravigliando chi lo ascolta, Gesù insegna come sia possibile essere figli a somiglianza del Padre. Egli ci sottrae al torpore della rassegnazione e dell’egoismo e con forza ci dice che amare il nemico e pregare per chi ci perseguita è alla nostra portata, che possiamo sradicare la violenza dal nostro cuore perdonando le offese, che la nostra generosità può superare la logica economica del semplice scambio.

2.       Siate figli del Padre vostro che è nei cieli. Gesù chiede questo stile di vita singolare e rivela così che gli uomini sono destinati proprio a queste altezze. Confida nell’insegnamento che le famiglie, per disegno di Dio, sono in grado di offrire sulla via del suo amore.

In famiglia si educa a dire «grazie» e «per favore», a essere generosi e disponibili, a prestare le proprie cose, a dare attenzione ai bisogni e alle emozioni degli altri, a considerare le fatiche e le difficoltà di chi ci sta vicino. Nelle piccole azioni della vita quotidiana il figlio impara a stabilire una buona relazione con gli altri e a vivere nella condivisione. Promuovere le virtù personali è il primo passo per educare alle virtù sociali. In famiglia s’insegna ai piccoli a prestare i loro giocattoli, ad aiutare i loro compagni a scuola, a chiedere con gentilezza, a non offendere chi è più debole, ad essere generosi nei favori. Per questo gli adulti si sforzano nel dare esempio di attenzione, dedizione, generosità, altruismo. Così la famiglia diventa il primo luogo dove si impara il senso più vero della giustizia, della solidarietà, della sobrietà, della semplicità, dell’onestà, della veracità e della rettitudine, insieme a una grande passione per la storia dell’uomo e della polis.

I genitori, come Giuseppe e Maria, si stupiscono nel vedere i figli affrontare con sicurezza il mondo adulto. I figli rivelano talora di poter essere maestri sorprendenti anche per gli adulti: «Lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte» (Lc 2,46-47). Come la famiglia di Nazareth, così ogni famiglia consegna alla società, attraverso i propri figli, la ricchezza umana che ha vissuto, compresa la capacità di amare il nemico, di perdonare senza vendicarsi, di gioire dei successi altrui, di dare più di quanto richiesto…

Anche in famiglia, infatti, avvengono divisioni e lacerazioni, anche in essa sorgono i nemici, e il nemico può essere il coniuge, il genitore, il figlio, il fratello o la sorella … In famiglia, però, ci si ama, si desidera sinceramente il bene degli altri, si soffre quando qualcuno sta male, anche se si è comportato da «nemico», si prega per chi ci ha offeso, si è disposti a rinunciare alle cose proprie pur di fare felici gli altri, si comprende che la vita è bella quando è spesa per il loro bene.

La famiglia costituisce la «prima e vitale cellula della società» (FC 42), perché in essa si impara quanto importante sia il legame con gli altri. In famiglia si avverte che la forza degli affetti non può rimanere confinata «tra di noi», ma è destinata al più ampio orizzonte della vita sociale. Vissuti solo entro il piccolo nucleo familiare gli affetti si logorano e invece di dilatare il respiro della famiglia, finiscono per soffocarlo. Ciò che rende vitale la famiglia è l’apertura dei legami e l’estensione degli affetti, che altrimenti rinchiudono le persone in gabbie mortificanti!

3.       Il Padre tuo… vede nel segreto. La custodia dei legami e degli affetti familiari è meglio garantita quando si è buoni e generosi con le altre famiglie, attenti alle loro ferite, ai problemi dei loro figli per quanto diversi dai nostri. Tra genitori e figli, tra marito e moglie, il bene aumenta nella misura in cui la famiglia si apre alla società, prestando attenzione e aiuto ai bisogni degli altri. In questo modo la famiglia acquisisce motivazioni importanti per svolgere la sua funzione sociale, divenendo fondamento e principale risorsa della società. La capacità di amare acquisita supera spesso le necessità della propria famiglia. La coppia diventa disponibile per il servizio e l’educazione di altri ragazzi, oltre ai propri: anche in questo modo i genitori divengono padre e madri di molti.

«Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste»: la perfezione che avvicina le famiglie al Padre che è nei cieli è quel «di più» di vita offerto al di là del proprio nucleo familiare, una traccia di quell’amore sovrabbondante che Dio riversa sulle sue creature.

Tante famiglie aprono la porta di casa all’accoglienza, si prendono cura del disagio e della povertà altrui, oppure semplicemente bussano alla porta accanto per chiedere se c’è bisogno di aiuto, regalano qualche vestito ancora in buono stato, ospitano i compagni di scuola dei figli per fare i compiti… O ancora, accolgono un bambino che non ha famiglia, aiutano a mantenere il calore familiare laddove è rimasto solo il papà o solo la mamma, si associano per sostenere altre famiglie nelle mille difficoltà odierne, insegnando ai figli il reciproco sostegno con chi è diverso per razza, lingua, cultura e religione. Così il mondo è reso più bello e abitabile per tutti e la qualità della vita ne guadagna a vantaggio dell’intera società.

Non a caso il testo evangelico, dopo il richiamo alla perfezione, tratta dell’elemosina, che nei tempi antichi, in un’economia di sussistenza, era un modo per ridistribuire le risorse, una pratica di giustizia sociale. Gesù esorta a non cercare il riconoscimento degli altri, usando il povero per guadagnare prestigio, ma ad agire nel segreto. Nel segreto del cuore l’incontro con Dio conferma la propria identità di figlio, tanto simile al Padre; una mèta alta, apparentemente irraggiungibile, che la vita in famiglia rende però più vicina.

 

E. Ascolto del Magistero

La famiglia porta in dono alla società il prezioso frutto dell’amore gratuito che veste i panni della dolcezza, della bontà, del servizio, del disinteresse e della stima reciproca. D’altra parte, come mostra il passo seguente della Familiaris Consortio, l’insegnamento magisteriale ha sempre inteso mettere in luce come la famiglia, oltre ad essere la scuola degli affetti, si connoti anche come la «prima scuola di virtù sociali». Essa possiede infatti una specifica e originaria dimensione pubblica, che influisce positivamente sul buon funzionamento della società e sulla stabilità dei vincoli sociali.
 

Il compito sociale della famiglia

La famiglia possiede vincoli vitali e organici con la società, perché ne costituisce il fondamento e l’alimento continuo mediante il suo compito di servizio alla vita: dalla famiglia infatti nascono i cittadini e nella famiglia essi trovano la prima scuola di quelle virtù sociali, che sono l’anima della vita e dello sviluppo della società stessa. Così in forza della sua natura e vocazione, lungi dal rinchiudersi in se stessa, la famiglia si apre alle altre famiglie e alla società, assumendo il suo compito sociale. La stessa esperienza di comunione e di partecipazione, che deve caratterizzare la vita quotidiana della famiglia, rappresenta il suo primo e fondamentale contributo alla società. Le relazioni tra i membri della comunità familiare sono ispirate e guidate dalla legge della «gratuità» che, rispettando e favorendo in tutti e in ciascuno la dignità personale come unico titolo di valore, diventa accoglienza cordiale, incontro e dialogo, disponibilità disinteressata, servizio generoso, solidarietà profonda. [Familiaris Consortio, 42]

 

F. Domande per il dialogo di coppia e in gruppo

Domande per la coppia
  1. Quali valori imparano i nostri figli dal nostro modo di vivere?
  2. Quale attenzione la nostra famiglia presta alla vita sociale?
  3. Quale aiuto porgiamo ai poveri e ai bisognosi?
Domande per il gruppo famigliare o la comunità allargata
  1. Quali sono i bisogni più urgenti nella nostra comunità?
  2. Cosa possiamo fare a favore di chi è nella necessità?
  3. Quali famiglie possiamo aiutare? Come?

G. Un impegno per la vita familiare e sociale

H. Preghiere spontanee. Padre Nostro

I. Canto finale

Torna all'indice

5. IL LAVORO E LA FESTA NELLA FAMIGLIA

A. Canto e saluto iniziale

B. Invocazione dello Spirito Santo

C. Lettura della Parola di Dio

D. Catechesi biblica

1.         Dio disse: facciamo l’uomo.Il racconto biblico delle origini presenta la creazione dell’uomo, maschio e femmina, come opera di Dio, frutto del suo lavoro. Dio crea l’uomo lavorando come il vasaio che plasma l’argilla (Gen 2,7). E anche quando darà vita al suo popolo Israele, liberandolo dalla schiavitù d’Egitto e conducendolo verso la terra promessa, l’opera di Dio assomiglierà a quella del pastore, che lavora conducendo il suo gregge al pascolo (cf Sal 77,21).

L’opera creatrice di Dio è accompagnata dalla sua parola, si realizza anzi mediante la sua parola: «Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza”… E Dio creò l’uomo a sua immagine…». Ciò che Dio opera non viene anzitutto «usato», ma contemplato. Egli guarda ciò che ha fatto sino a coglierne lo splendore, gioisce per la bellezza del bene che ha creato. Ai suoi occhi, il lavoro appare come un capolavoro.

Chi ancora sa stupirsi delle meraviglie del mondo rivive in qualche modo la gioia di Dio. Oggi ancora, per chi sa guardare con semplicità e fede, la bellezza dell’universo invita a riconoscere la mano di Dio e a comprendere che esso non è un prodotto del caso, ma l’opera amorevole del Creatore per la creatura umana che, non solo è «buona» come tutte le altre, ma «molto buona».

La parola che accompagna la creazione di Dio non può mancare neanche all’uomo che lavora: non dovrebbe mai accadere che il lavoro soffochi l’uomo al punto da ridurlo al silenzio! Privato del diritto di parola, il lavoratore precipita nella condizione dello schiavo, al quale è impedito di gioire del suo lavoro perché ogni frutto gli è sequestrato dal padrone.

L’uomo deve lavorare, per poter vivere, ma le condizioni di lavoro debbono salvaguardare e anzi promuovere la sua dignità di persona. Il mercato del lavoro costringe oggi non poche persone, soprattutto se giovani e donne, a situazioni di costante incertezza, impedendo loro di lavorare con quella stabilità e quelle sicurezze di ordine economico e sociale che sole possono garantire alle giovani generazioni di formare una famiglia e alle famiglie di generare e crescere i figli.

L’opportuna «flessibilità» del lavoro richiesta dalla cosiddetta «globalizzazione» non giustifica la permanente «precarietà» di chi ha nella sua sola «forza lavoro» la risorsa per assicurare a sé e alla sua famiglia il necessario per vivere. Adeguate previdenze sociali e meccanismi di protezione devono integrare l’economia del lavoro, affinché soprattutto le famiglie che vivono i momenti più delicati, come la maternità, o più difficili, come la malattia e la disoccupazione, possano contare su una ragionevole sicurezza economica.

2.         Dio disse loro… riempite la terra e soggiogatela. La creazione «molto buona» non deve essere solo contemplata dall’uomo, ma è anche un appello alla collaborazione. Il lavoro è, infatti, per ogni uomo una chiamata a partecipare all’opera di Dio e, per questo,  vero e proprio luogo di santificazione. Trasformando la realtà, egli riconosce che il mondo viene da Dio, il quale lo coinvolge a portare a compimento l’opera buona da lui iniziata. Ciò significa, ad esempio, che la grave disoccupazione frutto dell’attuale crisi economica mondiale, non solo priva le famiglie dei mezzi di sostentamento necessari, ma, negando o riducendo l’esperienza lavorativa, impedisce all’uomo di sviluppare pienamente se stesso.

Non il lavoro deve sottomettere l’uomo, ma l’uomo, attraverso il lavoro, è chiamato a «soggiogare» la terra (Gen 1,28). L’intero globo terrestre è a disposizione dell’uomo affinché egli, mediante il suo ingegno e impegno, scopra le risorse necessarie per vivere e ne faccia il debito uso. A tal fine, oggi assai più che in passato, non dobbiamo dimenticare che la terra ci è stata affidata da Dio come un giardino da apprezzare e coltivare (Gen 2,7).

L’uso responsabile delle risorse della terra, in ordine a uno sviluppo sostenibile, è oggi divenuto una questione di primo piano, la «questione ecologica». Il degrado ambientale di molte zone del pianeta, la crescita dei livelli d’inquinamento e altri fattori negativi come il surriscaldamento della terra suonano come campanelli d’allarme rispetto a una conduzione del progresso tecno-scientifico che trascura gli effetti collaterali delle sue imprese. Studiare politiche industriali, agricole e urbanistiche che mettano al centro l’uomo e la salvaguardia del creato è la condizione imprescindibile per garantire alle famiglie, già oggi e specialmente in futuro, un mondo abitabile e accogliente.

Dopo aver lavorato per sei giorni alla creazione del mondo e dell’uomo, il settimo giorno Dio si riposa. Il riposo di Dio ricorda all’uomo la necessità di sospendere il lavoro, perchéla vita religiosa personale, familiare, comunitaria non sia sacrificata agli idoli dell’accumulo della ricchezza, dell’avanzamento della carriera, dell’incremento del potere. Non si vive solo di rapporti di lavoro, funzionali all’economia. Ci vuole tempo per coltivare le relazioni gratuite degli affetti familiari e dei legami di amicizia e parentela.
Purtroppo in Occidente la cultura dominante tende a considerare l’individuo solo più funzionale alla società della produzione e dei consumi: maggiormente produttivo perché più disponibile alla mobilità e alla flessibilità degli orari, egli consuma, in percentuale, più di coloro che vivono in famiglia.

3.       Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza. Creato a immagine e somiglianza di Dio (Gen 1,26), l’uomo, come Dio, lavora e riposa. Il tempo sereno del riposo e gioioso della festa è anche lo spazio per rendere grazie a Dio, creatore e salvatore. Sospendendo il lavoro, gli uomini ricordano e sperimentano che all’origine della loro attività lavorativa vi è l’azione creativa di Dio. La creatività umana affonda le sue radici nel Dio creatore: solo Lui crea dal nulla.

Riposando in Dio, gli uomini ritrovano anche la giusta misura del loro lavoro rispetto alla relazione con il prossimo. L’attività lavorativa è a servizio dei legami più profondi che Dio ha voluto per la creatura umana. Il pane guadagnato lavorando non è solo per se stessi, ma dona sostentamento agli altri con cui si vive. Tramite il lavoro i coniugi nutrono la loro relazione e la vita dei loro figli. Il lavoro, inoltre, è anche l’atto di giustizia con cui le persone partecipano al bene della società e contribuiscono al bene comune.
Tempo di gratuità per le relazioni interpersonali e sociali, il riposo lavorativo è un’occasione propizia per alimentare gli affetti familiari, nonché per stringere legami di amicizia con altre famiglie. Di fatto, gli odierni ritmi di lavoro dettati dall’economia dei consumi limitano sino quasi ad annullare, specie per certe professioni, gli spazi della vita comune, soprattutto in famiglia. Le condizioni attuali di vita sembrano smentire ciò che sino a qualche tempo fa si immaginava. Ci si aspettava che il progresso tecnologico avrebbe aumentato il tempo libero. I frenetici ritmi lavorativi, i viaggi per recarsi al lavoro e tornare a casa, riducono drasticamente lo spazio di confronto e condivisione tra i coniugi e la possibilità di stare coi figli. Tra le sfide più ardue dei paesi economicamente sviluppati, vi è quella di equilibrare i tempi della famiglia con quelli del lavoro. Invece, il compito difficile dei paesi in via di sviluppo è quello di aumentare la produttività senza perdere la ricchezza dei rapporti umani, familiari e comunitari, risolvere e conciliare il rapporto famiglia-lavoro nel contesto delle migrazioni esterne come pure interne nello steso paese.

4.       Dio li benedisse…. Dal racconto della creazione emerge una stretta connessione tra l’amore coniugale e l’attività lavorativa: la benedizione di Dio, infatti, riguarda la fecondità della coppia e il dominio sulla terra. La duplice benedizione invita a riconoscere la bontà della vita familiare e della vita lavorativa. Incoraggia perciò a trovare modo di vivere in modo equilibrato e armonico la famiglia e il lavoro. Non mancano oggi tentativi che vanno in questa direzione come, per esempio, laddove è possibile e opportuno, l’orario part-time di lavoro o i permessi e i congedi compatibili con i doveri lavorativi, ma corrispondenti ai bisogni della famiglia. Anche la flessibilità degli orari può favorire il giusto equilibrio tra le esigenze familiari, legate soprattutto alla cura dei figli, e quelle del lavoro.

La benedizione è data ai coniugi affinché siano fecondi e traggano frutto dalla fecondità della terra. La famiglia, benedetta da Dio, è chiamata a riconoscere i doni che da Dio riceve. Un modo concreto per far memoria dell’azione benefica di Dio, origine di ogni bene, è la preghiera di benedizione che la famiglia recita ai pasti. Il raccogliersi insieme per lodare Dio e ringraziarlo del cibo è un gesto tanto semplice quanto profondo: è l’espressione della gratitudine al Padre dei cieli che provvede ai suoi figli sulla terra, elargendo loro la grazia di amarsi e il pane per vivere.

 

E. Ascolto del Magistero

Non soltanto il lavoro, ma lo stesso riposo festivo costituisce un diritto fondamentale e insieme un bene indispensabile per gli individui e le loro famiglie: è quanto asserito dall’esortazione postsinodale Sacramentum caritatis. L’uomo e la donna valgono più del loro lavoro: essi sono fatti per la comunione e per l’incontro. La domenica si configura pertanto non già come un intervallo alla fatica da riempire con attività frenetiche o esperienze stravaganti, bensì come il giorno del riposo che apre all’in­contro, fa riscoprire l’altro, consente di dedicare tempo alle relazioni in famiglia e con gli amici e alla preghiera.

Il senso del riposo e del lavoro
È particolarmente urgente in questo nostro tempo ricordare che il giorno del Signore è anche il giorno del riposo dal lavoro. Ci auguriamo vivamente che esso sia riconosciuto come tale anche dalla società civile, così che sia possibile essere liberi dalle attività lavorative, senza venire per questo penalizzati. I cristiani, infatti, non senza rapporto con il significato del sabato nella tradizione ebraica, hanno visto nel giorno del Signore anche il giorno del riposo dalla fatica quotidiana. Ciò ha un suo preciso senso, perché costituisce una relativizzazione del lavoro, che viene finalizzato all’uomo: il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro. È facile intuire la tutela che da ciò viene offerta all’uomo stesso, che risulta così emancipato da una possibile forma di schiavitù. Come ho avuto modo di affermare, «il lavoro riveste primaria importanza per la realizzazione dell’uomo e per lo sviluppo della società, e per questo occorre che esso sia sempre organizzato e svolto nel pieno rispetto dell’umana dignità e al servizio del bene comune. Al tempo stesso, è indispensabile che l’uomo non si lasci asservire dal lavoro, che non lo idolatri, pretendendo di trovare in esso il senso ultimo e definitivo della vita». È nel giorno consacrato a Dio che l’uomo comprende il senso della sua esistenza ed anche dell’attività lavorativa. [Sacramentum Caritatis, 74]

 

F. Domande per il dialogo di coppia e in gruppo

Domande per la coppia
  1. Ci sentiamo realizzati nella nostra attività lavorativa?
  2. Ci confrontiamo sulle nostre esperienze di lavoro?
  3. L’esercizio della professione entra in conflitto con i nostri legami coniugali e familiari?
  4. Abbiamo l’abitudine di pregare ai pasti? Che significato diamo alla benedizione del cibo?
Domande per il gruppo familiare e la comunità
  1. Nelle nostre comunità cristiane vi è attenzione ai problemi del lavoro e dell’economia?
  2. Nella Caritas in veritate Benedetto XVI parla di condizioni per un «lavoro decente» (CV 63): in che modo possiamo impegnarci per garantire a tutti gli uomini un lavoro dignitoso?
  3. La flessibilità nel campo del lavoro costituisce un'opportunità o un danno?
  4. Quali forme di idolatria del lavoro sono presenti nella società in cui viviamo?

G. Un impegno per la vita familiare e sociale

H. Preghiere spontanee. Padre Nostro

I. Canto finale

Torna all'indice

6. IL LAVORO RISORSA PER LA FAMIGLIA

A. Canto e saluto iniziale

B. Invocazione dello Spirito Santo

C. Lettura della Parola di Dio

10Una donna forte chi potrà trovarla?
Ben superiore alle perle è il suo valore.
11In lei confida il cuore del marito
e non verrà a mancargli il profitto.
12Gli dà felicità e non dispiacere
per tutti i giorni della sua vita.
13Si procura lana e lino
e li lavora volentieri con le mani.
14È simile alle navi di un mercante,
fa venire da lontano le provviste.
15Si alza quando è ancora notte,
distribuisce il cibo alla sua famiglia
e dà ordini alle sue domestiche.
16Pensa a un campo e lo acquista
e con il frutto delle sue mani pianta una vigna.
17Si cinge forte i fianchi
e rafforza le sue braccia.
18È soddisfatta, perché i suoi affari vanno bene;
neppure di notte si spegne la sua lampada.
19Stende la sua mano alla conocchia
e le sue dita tengono il fuso.
20Apre le sue palme al misero,
stende la mano al povero.
21Non teme la neve per la sua famiglia,
perché tutti i suoi familiari hanno doppio vestito.
22Si è procurata delle coperte,
di lino e di porpora sono le sue vesti.
23Suo marito è stimato alle porte della città,
quando siede in giudizio con gli anziani del luogo.
24Confeziona tuniche e le vende
e fornisce cinture al mercante.
25Forza e decoro sono il suo vestito
e fiduciosa va incontro all’avvenire.
26Apre la bocca con saggezza
e la sua lingua ha solo insegnamenti di bontà.
27Sorveglia l’andamento della sua casa
e non mangia il pane della pigrizia.
28Sorgono i suoi figli e ne esaltano le doti,
suo marito ne tesse l’elogio:
29«Molte figlie hanno compiuto cose eccellenti,
ma tu le hai superate tutte!».
30Illusorio è il fascino e fugace la bellezza,
ma la donna che teme Dio è da lodare.
31Siatele riconoscenti per il frutto delle sue mani
e le sue opere la lodino alle porte della città
(Pr 31, 10-31)

D. Catechesi biblica

1.       Una donna forte chi potrà trovarla? Nel ritratto del libro dei Proverbi, l’attività della donna assume un valore di primaria importanza nell’economia domestica e familiare. La donna, figura della sapienza umana e insieme divina, esprime attraverso il suo lavoro la genialità creativa di tutta l’umanità. Le qualità attribuite alla donna, infatti, possono valere per tutte le persone chiamate al senso di responsabilità verso la famiglia e il lavoro.

Quello delineato è il quadro della donna ideale, che vive relazioni buone all’interno della famiglia. Confidando nell’abilità organizzativa e nell’attività lavorativa della moglie, in Israele il marito poteva dedicarsi alla professione di giudice, ruolo che spettava agli uomini saggi, di norma agli anziani che col tempo avevano acquisito la sapienza.

Questa divisione dei compiti domestici e professionali illumina l’importanza del comune accordo tra marito e moglie nel pianificare il lavoro di entrambi: a ciascuno è chiesto di adoperarsi affinché l’altro possa meglio esprimere i suoi talenti. A sua volta la società deve dare alla famiglia tutto il sostegno possibile, perché i coniugi siano messi in grado di fare liberamente e responsabilmente le loro scelte lavorative. Anche i figli, insieme al marito, tessono l’elogio della madre, esaltandone le doti. Nei suoi tratti certamente idealizzati, questo quadretto familiare è offerto come un modello da cui trarre ispirazione e stimolo. La famiglia esemplare vive nel timore di Dio e ripone in Lui la sua fiducia. La prosperità di cui gode, riconosciuta come dono divino, viene custodita e valorizzata nella laboriosità quotidiana.

La donna avverte la responsabilità che le è stata affidata e si adopera senza risparmio per corrispondere al compito che le è stato richiesto. Con il suo atteggiamento, ella invita ogni persona a essere responsabile delle proprie azioni, ma anche a prendersi cura degli altri membri della famiglia e a preoccuparsi della vita sociale contribuendo al bene comune. I doni e le doti personali sono al contempo una responsabilità nei confronti di Dio e del prossimo. Il pensiero corre alla parabola dei talenti, dati a ciascuno affinché siano moltiplicati (cf Mt 25,14-30).
           
2.       Si alza quando è ancora notte. La levata nottetempo della donna e il suo lavoro notturno descrivono uno zelo che elimina ogni forma di pigrizia. La laboriosità della donna, distante da ogni negligenza, viene ulteriormente sottolineata nel corso del testo osservando che ella «sorveglia l’andamento della sua casa e non mangia il pane della pigrizia». Ogni persona è chiamata a vigilare costantemente per non cedere alla tentazione della pigrizia, venendo meno alle proprie responsabilità e trascurando gli impegni.

Il ritratto della donna ideale, aliena da ogni forma di pigrizia, è l’icona di chi non teme fatica e sacrifici perché sa che il dispendio delle sue energie non è vano ma ha un senso. Con il suo lavoro, infatti, provvede alle necessità della sua famiglia ed è anche in grado di soccorrere il povero e il mendicante.

Questo esempio, sempre attuale, interpella la vita familiare. Tra le responsabilità della famiglia vi è anche quella di aprirsi ai bisogni degli altri, vicini o lontani che siano. L’attenzione ai poveri è una delle più belle forme di amore del prossimo che una famiglia possa vivere. Sapere che con il proprio lavoro si aiuta chi non ha il necessario per vivere rafforza l’impegno e sostiene nella fatica. D’altro canto, dare ciò che si possiede a chi non ha nulla, condividere con i poveri le proprie ricchezze significa riconoscere che tutto ciò che abbiamo ricevuto è grazia, e che all’origine della nostra prosperità vi è comunque un dono di Dio, che non può essere trattenuto per sé, ma deve essere partecipato ad altri. Con tale atteggiamento si promuove la giustizia sociale e si contribuisce al bene comune, contestando la proprietà egoistica della ricchezza e contrastando l’indifferenza per il bene comune.

3.       Apre la bocca con saggezza. Una qualità caratteristica della famiglia ideale è l’astenersi dal pettegolezzo. Di che cosa si parla in famiglia? Qual è il tenore dei discorsi? Il fascino della donna ritratta nel libro dei Proverbi è alimentato anche dal fatto che «apre la bocca con saggezza e la sua lingua ha solo insegnamenti di bontà». Compito dei genitori è di insegnare ai figli a compiere il bene ed evitare il male e, ulteriormente, ad apprezzare il comandamento dell’amore verso Dio e il prossimo. La coerenza di vita dei genitori rafforza e rende vero il loro insegnamento, tanto più quando esso riguarda il bene da compiere e l’amore da vivere. Il modello di chi vive ciò che insegna resta perennemente valido e, oggi soprattutto, conserva tutta la sua ineguagliabile efficacia. 

L’odierna comunicazione appare spesso distorta: si dicono parole e si lanciano messaggi con la leggerezza di chi non assume alcuna responsabilità per le conseguenze di ciò che afferma. La persona responsabile cerca la verità dei fatti e parla di ciò di cui è convinta. La sapienza biblica invita a rifuggire la menzogna e ad evitare i discorsi vani. La famiglia cristiana, ascoltando la Parola di Dio, ha la grande responsabilità di testimoniarla fedelmente, evitando che sia soffocata da tante parole inutili.

In una società dove la comunicazione distorta e menzognera è all’origine di tante sofferenze e incomprensioni, la famiglia può divenire il contesto propizio per l’educazione alla sincerità e alla verità. Ammettere i propri errori, chiedendo perdono e assumendo coerentemente le proprie responsabilità, è uno stile di vita tutt’altro che spontaneo, al quale educare i figli sin dalla più tenera età.

Parlando con saggezza, la donna ideale «ha solo insegnamenti di bontà». La saggezza della parola consiste nel dar voce al bene, evitando quei discorsi di sola critica che rovinano il dialogo familiare. A tal fine, occorre lasciare che l’ascolto della Parola di Dio, illuminando e arricchendo la qualità della comunicazione, renda la vita familiare più evangelica.
         
4.       Fiduciosa va incontro all’avvenire. La vita familiare, e della donna dentro la famiglia, non è così facile e a portata di mano, come appare nel ritratto ideale del libro dei Proverbi. Laddove, per esempio, la donna è costretta a un doppio lavoro, dentro e fuori casa. Diviene, per esempio, di decisiva importanza, sia sotto il profilo pratico che affettivo, che i coniugi condividano i compiti educativi e collaborino nelle faccende domestiche. Quanto mai preziosa risulta oggigiorno per molte famiglie la presenza dei nonni, il cui apporto alla vita familiare rischia però di essere troppo poco riconosciuto ed eccessivamente sfruttato.

Il fascino della donna che fiduciosa va incontro all’avvenire, richiamando così alla speranza per il futuro, è di grande attualità. Seppur nelle fatiche quotidiane, molte famiglie rappresentano un autentico segno di speranza per la nostra società. La virtù della speranza ha origine nel fiducioso affidamento alla provvidenza divina.

Nei confronti di ogni moglie e madre è più che doverosa la gratitudine: «Siatele riconoscenti – osserva il libro dei Proverbi – per il frutto delle sue mani». Il lavoro domestico di cura della casa, di educazione dei bambini, di assistenza degli anziani e dei malati, ha un valore sociale assai più elevato di molte professioni lavorative, che peraltro sono ben retribuite. L’insostituibile contributo della donna alla formazione della famiglia e allo sviluppo della società attende ancora il dovuto riconoscimento e l’adeguata valorizzazione.

La famiglia è contesto per la formazione a molte virtù, è anche scuola di riconoscenza per l’impegno profuso con gratuità e amore dai genitori. Imparare a dire «grazie» è tutt’altro che scontato e, nondimeno, del tutto indispensabile.

«Dono e responsabilità» costituiscono il binomio dentro il quale si colloca il lavoro della famiglia e di ciascuno in essa. Tutti sono chiamati a riconoscere i doni ricevuti da Dio, a mettere i propri a disposizione degli altri e a valorizzare quelli degli altri. Ognuno è responsabile della vita degli altri: con il lavoro provvede al bene di tutti in famiglia e può anche contribuire a chi è nel bisogno. Così vivendo, gli affetti e i legami familiari si dilatano sino a riconoscere in ogni uomo e ogni donna un fratello e una sorella, tutti figli dello stesso Padre.

 

E. Ascolto del Magistero

Il lavoro è una risorsa per la famiglia nel duplice senso di costituire una fonte di sostentamento e di sviluppo della famiglia e al tempo stesso luogo in cui si esercita la solidarietà tra le famiglie e tra le generazioni. L’insegnamento della Chiesa suggerisce di tenere in correlazione il lavoro con la famiglia. Del resto, quale modello di sviluppo potremmo immaginare senza la famiglia che ne raccoglie i frutti e che attraverso le proprie scelte generative ne orienta gli ulteriori sviluppi? Laborem Exercens propone la correlazione del lavoro con la famiglia e ci ricorda che «la famiglia è, al tempo stesso, una comunità resa possibile dal lavoro e la prima interna scuola di lavoro per ogni uomo».

Lavoro e famiglia

Il lavoro è il fondamento su cui si forma la vita familiare, la quale è un diritto naturale ed una vocazione dell’uomo. Questi due cerchi di valori – uno congiunto al lavoro, l’altro conseguente al carattere familiare della vita umana – devono unirsi tra sé correttamente, e correttamente permearsi. Il lavoro è, in un certo modo, la condizione per rendere possibile la fondazione di una famiglia, poiché questa esige i mezzi di sussistenza, che in via normale l’uomo acquista mediante il lavoro. Lavoro e laboriosità condizionano anche tutto il processo di educazione nella famiglia, proprio per la ragione che ognuno «diventa uomo», fra l’altro, mediante il lavoro, e quel diventare uomo esprime appunto lo scopo principale di tutto il processo educativo. Evidentemente qui entrano in gioco, in un certo senso, due aspetti del lavoro: quello che consente la vita ed il mantenimento della famiglia, e quello mediante il quale si realizzano gli scopi della famiglia stessa, soprattutto l’educazione. Ciononostante, questi due aspetti del lavoro sono uniti tra di loro e si completano in vari punti.

Nell’insieme si deve ricordare ed affermare che la famiglia costituisce uno dei più importanti termini di riferimento, secondo i quali deve essere formato l’ordine socio-etico del lavoro umano. La dottrina della Chiesa ha sempre dedicato una speciale attenzione a questo problema, e nel presente documento occorrerà che ritorniamo ancora su di esso. Infatti, la famiglia è, al tempo stesso, una comunità resa possibile dal lavoro e la prima interna scuola di lavoro per ogni uomo.  [Laborem Exercens, 10]

 

F. Domande per il dialogo di coppia e in gruppo

Domande per la coppia
  1. Ringraziamo il Signore per il lavoro che ci consente di mantenere la nostra famiglia?
  2. Quale relazione intercorre fra il nostro essere lavoratori e la nostra vocazione di coniugi e genitori?
  3. I lavori domestici e la cura dei figli sono condivisi da entrambi?
Domande per il gruppo familiare e la comunità
  1. Nel mondo del lavoro sussistono ingiuste discriminazioni fra maschi e femmine, fra donne nubili e sposate?
  2. Quale ruolo educativo possono svolgere la famiglia, la scuola, la parrocchia nel formare i giovani al valore della laboriosità e della responsabilità sociale?
  3. Come recuperare oggi la solidarietà nel mondo del lavoro? Quale aiuto può fornire la Chiesa?

G. Un impegno per la vita familiare e sociale

H. Preghiere spontanee. Padre Nostro

I. Canto finale

Torna all'indice

7. IL LAVORO SFIDA PER LA FAMIGLIA

A. Canto e saluto iniziale

B. Invocazione dello Spirito Santo

C. Lettura della Parola di Dio

D. Catechesi biblica

1.       Il Signore Dio piantò un giardino in Eden. Il giardino in Eden è un dono che viene dalle mani di Dio, un luogo splendido, ricco dell’acqua che irriga tutto il mondo. Il primo compito che Dio affida all’uomo dopo averlo creato è di lavorare nel suo giardino, coltivandolo e custodendolo. L’alito di vita che Dio ha infuso nell’umanità, la arricchisce di creatività e di forza, di genialità e di vigore, affinché sia in grado di collaborare all’opera della sua creazione.

Dio non è geloso della sua opera, ma la mette a disposizione degli uomini, senza alcuna diffidenza e con grande generosità. Non solo Egli affida alla loro cura ogni altra sua creatura, ma fa dono agli uomini dello spirito affinché essi partecipino attivamente alla sua creazione, plasmandola secondo il suo disegno. Lo spirito è la risorsa che Dio ha posto nella creatura umana affinché si prenda cura, per Lui e con Lui, dell’intero creato.

Gli uomini non sono stati creati, come sostenevano alcune religioni dell’Antico Oriente, per sostituire il lavoro degli dèi o per essere i loro schiavi nei servizi più umili. L’umanità è stata voluta da Dio per prendersi cura della natura creata collaborando attivamente alla sua opera creativa.

Nella tradizione biblica il lavoro manuale gode di grande considerazione e nelle scuole rabbiniche è abbinato allo studio. Oggi a fronte di un crescente disprezzo per alcuni tipi di professioni, specialmente artigianali, è quanto mai opportuno riscoprire la dignità del lavoro manuale. La custodia e la coltivazione del giardino terrestre affidato da Dio all’umanità non riguarda solo la mente e il cuore, ma impiega anche le mani. Il lavoro agricolo e la produzione artigianale e industriale rimangono due capisaldi del lavoro attraverso cui gli uomini contribuiscono allo sviluppo di ciascuna persona e della società intera. Come dice la Laborem Exercens, 9: «Il lavoro è un bene dell’uomo – è un bene della sua umanità – perché mediante il lavoro l’uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo ed anzi, in un certo senso, “diventa più uomo”».

2.       Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden. Non solo Dio pianta un giardino, ma vi pone ad abitare l’uomo. Il giardino terrestre è donato agli uomini affinché vivano in comunione tra di loro e, lavorando, si prendano reciprocamente cura della loro vita. Il lavoro non è una punizione divina, come s’immaginava nei miti antichi, né condizione di schiavitù, come si pensava nella cultura greco-romana: è piuttosto un’attività costitutiva di ogni essere umano. Il mondo attende che gli uomini si mettano al lavoro. Hanno la possibilità e la responsabilità di attuare nel mondo creato il disegno di Dio Creatore. In questa luce, il lavoro è una forma con cui l’uomo vive la sua relazione e la sua fedeltà a Dio.

Il lavoro non è quindi il fine della vita: esso conserva la sua giusta misura di mezzo. Il fine è la comunione e la corresponsabilità degli uomini con il loro Creatore. Se il lavoro diventa un fine, l’idolatria del lavoro prenderebbe il posto della collaborazione richiesta da Dio agli uomini. Ad essi non è semplicemente chiesto di lavorare, ma di «lavorare custodendo e coltivando» la creazione divina. L’uomo non lavora in proprio, ma collabora all’opera di Dio. La sua collaborazione, peraltro, è attiva e responsabile, cosicché egli, rifuggendo la pigrizia ed esercitando la laboriosità, «custodisce e coltiva» la terra «lavorando».

Il lavoro previsto per l’uomo nel giardino di Eden è quello del contadino, consistente principalmente nell’aver cura della terra affinché il seme in essa sparso sprigioni tutta la sua fertilità, dando frutto in abbondanza. Promuovere la creazione senza stravolgerla, far tesoro delle leggi inscritte nella natura, porsi al servizio dell’umanità, di ogni uomo e donna creati a immagine e somiglianza di Dio, operare per liberarli da ogni forma di schiavitù, anche lavorativa: sono alcuni dei compiti assegnati all’uomo affinché contribuisca a fare dell’umanità un’unica grande famiglia.

3.       Perché lo coltivasse e lo custodisse. Mentre nel primo racconto di creazione (Gen 1) si prospetta all’uomo di dominare sugli animali e di soggiogare la terra, nel secondo racconto (Gen 2) si allude piuttosto alla semina e alla coltivazione. E se nel primo racconto non si intende un dominio dispotico, quanto piuttosto la generosa signoria del sovrano che saggiamente ed equamente ricerca il bene del suo popolo, nel secondo si rimanda alla pazienza e alla speranza, nell’attesa dei frutti.

Nel tempo dell’attesa, all’uomo è chiesta la virtù della fedeltà, simile a quella richiesta a coloro che, in Israele, prestavano servizio religioso nel tempio. La laboriosità dell’uomo esige inoltre l’umiltà del contadino che osserva la terra per indovinare come meglio coltivarla, come pure la modestia del falegname che lavora il legno rispettando le sue venature.

Il giusto sfruttamento delle risorse terrestri implica la salvaguardia del creato e la solidarietà con le future generazioni. Una massima indiana insegna che «non dovremmo mai pensare di aver ereditato la terra dei nostri padri ma di averla presa in prestito dai nostri figli». Il compito di custodire la terra esige il rispetto della natura, nel riconoscimento dell’ordine voluto dal suo Creatore. In tal modo, il lavoro umano sfugge alla tentazione di dilapidare le ricchezze e deturpare la bellezza del pianeta terra, rendendolo invece, secondo il sogno di Dio, il giardino della convivenza e della convivialità della famiglia umana, benedetta dal Padre dei cieli.

4.         Con il sudore del tuo volto mangerai il pane. Il rischio che il lavoro divenga un idolo vale anche per la famiglia. Ciò accade quando l’attività lavorativa detiene il primato assoluto rispetto alle relazioni familiari, quando entrambi i coniugi vengono abbagliati dal profitto economico e ripongono la loro felicità nel solo benessere materiale. Il rischio dei lavoratori, in ogni epoca, è di dimenticarsi di Dio, lasciandosi completamente assorbire dalle occupazioni mondane, nella convinzione che in esse si trovi l’appagamento di ogni desiderio. Il giusto equilibrio lavorativo, capace di evitare queste derive, richiede il discernimento familiare circa le scelte domestiche e professionali. A tal riguardo appare ingiusto il principio che delega solo alla donna il lavoro domestico e la cura della casa: tutta la famiglia deve essere coinvolta in tale impegno secondo un’equa distribuzione dei compiti. Per quanto concerne, invece, l’attività professionale, è certo opportuno che i coniugi si accordino nell’evitare assenze troppo prolungate dalla famiglia. Purtroppo la necessità di provvedere al sostentamento della famiglia troppo spesso non lascia ai coniugi la possibilità di scegliere con saggezza ed armonia.

La trascuratezza della vita religiosa e familiare contravviene al comandamento dell’amore verso Dio e verso il prossimo, che Gesù ha indicato come il primo e il più grande (cf Mc 12,28-31). Riconoscere il suo amore di Padre con tutti i suoi doni, vivere in tale orizzonte è ciò che Dio desidera per ogni famiglia umana. Riconoscere l’amore del Padre che è nei cieli e viverlo sulla terra è la vocazione propria di ogni famiglia.

La fatica è parte integrante del lavoro. Nell’attuale epoca del «tutto e subito», l’educazione a lavorare «sudando» risulta provvidenziale. La condizione della vita sulla terra, solo provvisoria e sempre precaria, contempla anche per la famiglia fatica e dolore, soprattutto per quanto riguarda il lavoro da compiere per sostentarsi. La fatica lavorativa trova, però, senso e sollievo quando viene assunta non per il proprio egoistico arricchimento, bensì per condividere le risorse di vita, dentro e fuori la famiglia, specialmente con i più poveri, nella logica della destinazione universale dei beni.

Talora i genitori eccedono nell’evitare ogni fatica ai figli. Essi non devono dimenticare che la famiglia è la prima scuola di lavoro, dove s’impara ad essere responsabili per sé e per gli altri dell’ambiente comune di vita. La vita familiare, con le sue incombenze domestiche, insegna ad apprezzare la fatica e a irrobustire la volontà in vista del benessere comune e del bene reciproco.

 

E. Ascolto del Magistero

Il cristiano riconosce il valore del lavoro, ma sa vedere in esso anche le deformazioni introdotte dal peccato. La famiglia cristiana per questo accoglie il lavoro come una provvidenza per la sua vita e la vita dei suoi familiari. Ma evita di fare del lavoro un valore assoluto e considera questa tendenza, oggi tanto diffusa, come una delle tentazioni idolatriche dell’epoca. Non si limita ad affermare un diverso convincimento. Essa imposta la sua vita in modo che risalti una priorità alternativa. Fa sua la preoccupazione di Laborem Exercens 9, affinché nel «lavoro, mediante il quale la materia viene nobilitata, l’uomo stesso non subisca una diminuzione della propria dignità».

Lavoro: un bene per la persona e la sua dignità

Eppure, con tutta questa fatica – e forse, in un certo senso, a causa di essa – il lavoro è un bene dell’uomo. Se questo bene comporta il segno di un «bonum arduum», secondo la terminologia di San Tommaso, ciò non toglie che, come tale, esso sia un bene dell’uomo. Ed è non solo un bene «utile» o «da fruire», ma un bene «degno», cioè corrispondente alla dignità dell’uomo, un bene che esprime questa dignità e la accresce. Volendo meglio precisare il significato etico del lavoro, si deve avere davanti agli occhi prima di tutto questa verità. […]

Senza questa considerazione non si può comprendere il significato della virtù della laboriosità, più particolarmente non si può comprendere perché la laboriosità dovrebbe essere una virtù: infatti, la virtù, come attitudine morale, è ciò per cui l’uomo diventa buono in quanto uomo. Questo fatto non cambia per nulla la nostra giusta preoccupazione, affinché nel lavoro, mediante il quale la materia viene nobilitata, l’uomo stesso non subisca una diminuzione della propria dignità. E noto, ancora, che è possibile usare variamente il lavoro contro l’uomo, che si può punire l’uomo col sistema del lavoro forzato nei lager, che si può fare del lavoro un mezzo di oppressione dell’uomo, che infine si può in vari modi sfruttare il lavoro umano, cioè l’uomo del lavoro. Tutto ciò depone in favore dell’obbligo morale di unire la laboriosità come virtù con l’ordine sociale del lavoro, che permetterà all’uomo di «diventare più uomo» nel lavoro, e non già di degradarsi a causa del lavoro, logorando non solo le forze fisiche (il che, almeno fino a un certo grado, é inevitabile), ma soprattutto intaccando la dignità e soggettività, che gli sono proprie. [Laborem Exercens, 9]

 

F. Domande per il dialogo di coppia e in gruppo

Domande per la coppia
  1. Sappiamo sostenerci nelle nostre rispettive fatiche professionali?
  2. Ricerchiamo con interesse occasioni in cui svolgere insieme un lavoro manuale?
  3. I nostri figli comprendono la fatica del lavoro e il valore dei soldi guadagnati con l’impegno e la fatica?
  4. Sappiamo condividere i proventi del nostro lavoro anche con i poveri?
Domande per il gruppo familiare e la comunità
  1. Come la crisi economica incide sulla vita delle nostre famiglie?
  2. Nelle nostre comunità cristiane ci si preoccupa per quanti sono disoccupati, oppure svolgono un lavoro precario, poco retribuito o insalubre?
  3. Quali scelte concrete può fare la famiglia per educare i più piccoli alla «salvaguardia del creato»?
  4. Esistono ancora forme di schiavitù nel mondo lavorativo? Come vincerle, affrontarle e superarle?

G. Un impegno per la vita familiare e sociale

H. Preghiere spontanee. Padre Nostro

I. Canto finale

Torna all'indice

8. LA FESTA TEMPO PER LA FAMIGLIA

A. Canto e saluto iniziale

B. Invocazione dello Spirito Santo

C. Lettura dalla parola di Dio

D. Catechesi biblica

1.     Il settimo giorno della creazione. L’uomo moderno ha creato il tempo libero e ha perso il senso della festa. Bisogna ricuperare il senso della festa, e in particolare della domenica, come «un tempo per l’uomo», anzi un «tempo per la famiglia». Ritrovare il cuore della festa è decisivo anche per umanizzare il lavoro, per dargli un significato che non lo riduca a essere una risposta al bisogno, ma lo apra alla relazione e alla condivisione: con la comunità, con il prossimo e con Dio.

Il settimo giorno è per i cristiani il «giorno del Signore», perché celebra il Risorto presente e vivo nella comunità cristiana, nella famiglia e nella vita personale. È la pasqua settimanale. La domenica non rompe la continuità con il sabato ebraico, bensì lo porta a compimento. Per capire la singolarità della domenica cristiana è necessario perciò riferirsi al senso del comandamento del sabato. Per santificare la festa, secondo il comandamento, il popolo di Dio deve dedicare un tempo riservato a Dio e all’uomo. Nell’Antico Testamento c’è un forte intreccio, tra il settimo giorno della creazione e la legge di santificare il sabato. Il comandamento del sabato, che riserva un tempo per Dio, custodisce anche la sua intenzione di creare un tempo per l’uomo.

Dopo l’opera dei sei giorni, il riposo è il compimento dell’opera creatrice di Dio. Nel primo giorno Dio stabilisce la misura del tempo con l’alternanza di notte e giorno; nel quarto giorno Dio crea i luminari, il sole e la luna, perché «siano segni per le feste, per i giorni e per gli anni» (Gn 1,14), nel settimo giorno Dio «porta a compimento il lavoro che ha fatto». Inizio, centro e termine della settimana della creazione sono segnate dal tempo, che ha il suo fine nel giorno di Dio. Il settimo giorno è il momento del riposo e comunica la benedizione a tutta la creazione. Non solo interrompe l’attività umana, ma dona la fecondità connessa con il ri­poso di Dio. Il culto e la festa danno così senso al tempo umano. Attraverso il culto, il tempo mette l’uomo in comunione con Dio e Dio entra nella storia dell’uomo. Il settimo giorno custodisce il tempo dell’uomo, il suo spazio di gratuità e relazione.

La festa come «tempo libero» è vissuta oggi nel quadro del «fine settimana» che tende a dilatarsi sempre più e assume tratti di dispersione e di evasione. Il tempo del week-end, particolarmente concitato, soffoca lo spazio della domenica. Invece del riposo, si privilegia il divertimento, la fuga dalle città, e ciò influisce sulla famiglia, soprattutto se ha figli adolescenti e giovani. Essa fatica a trovare un momento domestico di serenità e di vicinanza. La domenica perde la dimensione familiare: è vissuta più come un tempo «individuale» che come uno spazio «comune». Il tempo libero diventa sovente un giorno «mobile» e corre il rischio di non essere più un giorno «fisso» per adattarsi alle esigenze del lavoro e della sua organizzazione.

Non si riposa solo per ritornare al lavoro, ma per fare festa. È quanto mai opportuno che le famiglie riscoprano la festa come luogo dell’incontro con Dio e della prossimità reciproca, creando l’atmosfera familiare soprattutto quando i figli sono piccoli. Il clima vissuto nei primi anni della casa natale rimane iscritto per sempre nella memoria dell’uomo. Anche i gesti della fede nel giorno di domenica e nelle festività annuali dovranno segnare la vita della famiglia, dentro casa e nella partecipazione alla vita della comunità. «Non è tanto Israele che ha custodito il sabato, – è stato detto – ma è il sabato che ha custodito Israele». Così, anche la domenica cristiana custodisce la famiglia e la comunità cristiana che la celebra, perché apre all’incontro con il mistero santo di Dio e rinnova le relazioni familiari.

2.     Il comandamento di santificare il sabato. Il terzo comando del decalogo ricorda la liberazione dall’Egitto, il dono della libertà che costituisce Israele come popolo. È un «segno perenne» dell’alleanza tra Dio e l’uomo, a cui partecipa ogni esistenza, persino la vita animale. Vi prende parte anche la terra (che ha il suo riposo nel settimo anno) e tutta la creazione (il giubileo, il sabato degli anni) (Lv 25,1-7 e 8-55). Il sabato del decalogo ha perciò un significato sociale e liberante. Il comandamento non viene motivato solo con l’opera creatrice, ma anche con l’azione redentrice: «Ricordati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire… Il Signore tuo Dio ti ordina di fare il giorno del sabato» (Dt 5,15). Opera della creazione e memoriale della liberazione si tengono per mano. «Fare il sabato» significa compiere un «esodo» per la libertà dell’uomo, passando dalla «schiavitù» al «servizio». Per sei giorni l’uomo servirà faticando, ma il settimo cesserà il lavoro servile affinché possa servire nella gratitudine e nella lode. Il sabato dunque strappa dal servizio/schiavitù per introdurre nel servizio/libertà.

Nella Liturgia c’è una stupenda preghiera (Preghiera sulle offerte della XX Domenica) che ci può aiutare a ritrovare la festa come compimento del lavoro dell’uomo: «Accogli, Signore, i nostri doni, in questo misterioso incontro fra la nostra povertà e la tua grandezza: noi ti offriamo le cose che ci hai dato, e tu donaci in cambio te stesso». Il testo invoca il prodigioso incontro tra la nostra povertà e la grandezza di Dio. Questo scambio si realizza nell’incontro tra il lavoro e la festa, tra la dimensione «produttiva» e la dimensione «gratuita» della vita. In casa e nella comunità cristiana, la famiglia sperimenta la gioia di trasformare la vita di tutti i giorni in liturgia vivente. Nella preghiera in casa, la coppia prepara e irradia la celebrazione liturgica festiva. Se i figli vedono i genitori pregare prima di loro e con loro, impareranno a pregare nella comunità ecclesiale.

3.     La preghiera delle offerte, sopra ricordata, così conclude: Tu donaci in cambio Te stesso. L’invocazione chiede a Dio non solo la salute, la serenità, la pace familiare, ma nientemeno che Lui stesso. Il senso della fatica feriale è di trasformare il nostro lavoro in offerta grata, in riconoscimento del dono che ci è stato fatto: la vita, il coniuge, i figli, la salute, il lavoro, le cadute e le riprese dell’esistenza. La libertà cristiana consiste nella liberazione dell’uomo dal lavoro e nel lavoro, affinché sia libero per Dio e per gli altri. L’uomo e la donna, ma soprattutto la famiglia, devono iscrivere nel loro stile di vita il senso della festa, in modo da vivere non solo come soggetti nel bisogno, ma come comunità dell’incontro.

L’incontro con Dio e con l’altro è il cuore della festa. La mensa della domenica, in casa e con la comunità, è diversa da quella di ogni giorno: quella di ciascun giorno serve per sopravvivere, quella della domenica per vivere la gioia dell’incontro. La mensa festiva è tempo per Dio, spazio per l’ascol­to e la comunione, disponibilità per il culto e la carità. La celebrazione e il servizio sono le due forme fondamentali della legge, con le quali si onora Dio e si accoglie il suo dono di amore: nel culto Dio ci comunica gratuitamente la sua carità; nel servizio il dono ricevuto diventa amore condiviso e vissuto con gli altri. Il dies Domini deve diventare anche un dies hominis! Se la famiglia si accosta in questo modo alla festa, potrà viverla come il giorno «del Signore».

 

E. Ascolto del Magistero

La famiglia che sa sospendere il flusso continuo del tempo e si prende una sosta per fare memoria grata dei benefici ricevuti dal suo Signore si esercita ad entrare nel riposo di Dio. La famiglia chiamata a riposare nel Signore sa riorientare la dispersione dei giorni verso il giorno della gratitudine. Sa convertire l’attesa dei giorni nell’unica attesa del Giorno del Signore. Torna come il lebbroso risanato a rendere grazie al suo Signore per la salvezza di tutti. Con l’insistenza della sua intercessione abbrevia il tempo dell’attesa dell’ottavo giorno, per il quale lo Sposo promette alla sposa: «Sì, vengo presto!». Amen. Vieni, Signore Gesù (Ap 22,20).

Ricordati del giorno di sabato

Il comandamento del Decalogo con cui Dio impone l’osservanza del sabato ha, nel Libro dell’Esodo, una formulazione caratteristica: «Ricordati del giorno di sabato per santificarlo» (20,8) . E più oltre il testo ispirato ne dà la motivazione richiamando l’opera di Dio: «perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perché il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro» (v. 11) . Prima di imporre qualcosa da fare, il comandamento segnala qualcosa da ricordare. Invita a risvegliare la memoria di quella grande e fondamentale opera di Dio che è la creazione. E memoria che deve animare tutta la vita religiosa dell’uomo, per confluire poi nel giorno in cui l’uomo è chiamato a riposare. Il riposo assume così una tipica valenza sacra: il fedele è invitato a riposare non solo come Dio ha riposato, ma a riposare nel Signore, riportando a lui tutta la creazione, nella lode, nel rendimento di grazie, nell’intimità filiale e nell’amicizia sponsale.
Il tema del «ricordo» delle meraviglie compiute da Dio, in rapporto al riposo sabbatico, emerge anche nel testo del Deuteronomio (5, 12-15), dove il fondamento del precetto è colto non tanto nell’opera della creazione, quanto in quella della liberazione operata da Dio nell’Esodo: «Ricordati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso; perciò il Signore tuo Dio ti ordina di osservare il giorno di sabato » (Dt 5, 15).
Questa formulazione appare complementare alla precedente: considerate insieme, esse svelano il senso del «giorno del Signore» all’interno di una prospettiva unitaria di teologia della creazione e della salvezza. Il contenuto del precetto non è dunque primariamente una qualunque interruzione del lavoro, ma la celebrazione delle meraviglie operate da Dio.
Nella misura in cui questo «ricordo», colmo di gratitudine e di lode verso Dio, è vivo, il riposo dell’uomo, nel giorno del Signore, assume il suo pieno significato. Con esso, l’uomo entra nella dimensione del «riposo» di Dio e ne partecipa profondamente, diventando così capace di provare un fremito di quella gioia che il Creatore stesso provò dopo la creazione, vedendo che tutto quello che aveva fatto «era cosa molto buona» (Gn 1, 31). [Dies Domini, 16s.]

 

F. Domande per il dialogo di coppia e in gruppo

Domande per la coppia
  1. Come viviamo lo stile della domenica nella nostra famiglia?
  2. La nostra domenica è un giorno di «riposo nel Signore»?
  3. Per la Bibbia la festa è tempo di libertà interiore, di ascolto reciproco e di prossimità familiare: com’è l’atmosfera domestica nel giorno di domenica?
  4. L’incontro con Dio e con l’altro è il cuore della festa: la nostra domenica pone veramente al centro la celebrazione di Dio e il tempo per gli altri?
Domande per il gruppo familiare e la comunità
  1. Quali sono nella società attuale gli stili di vita della festa e del tempo libero?
  2. Quali esperienze propongono le comunità cristiane per vivere la domenica come un tempo per Dio e per gli altri?
  3. La parrocchia e le aggregazioni ecclesiali aiutano a «fare la domenica»: quali iniziative si possono mettere in atto?
  4. In che modo la celebrazione domenicale può divenire il «roveto ardente» che aiuta a ritrovare il senso di Dio?

G. Un impegno per la vita familiare e sociale

H. Preghiere spontanee. Padre Nostro

I. Canto finale

Torna all'indice

9. LA FESTA TEMPO PER IL SIGNORE

A. Canto e saluto iniziale

B. Invocazione dello Spirito Santo

C. Lettura della Parola di Dio

23Avvenne che di sabato Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli, mentre camminavano, si misero a cogliere le spighe. 24I farisei gli dicevano: «Guarda! Perché fanno in giorno di sabato quello che non è lecito?». 25Ed egli rispose loro: «Non avete mai letto quello che fece Davide quando si trovò nel bisogno e lui e i suoi compagni ebbero fame? 26 Sotto il sommo sacerdote Abiatàr, entrò nella casa di Dio e mangiò i pani dell’offerta, che non è lecito mangiare se non ai sacerdoti, e ne diede anche ai suoi compagni!». 27 E diceva loro: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! 28Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato» (Mc 2,23-28).

1Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: 2si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. 3Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla. 4Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. 5Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare? ». Gli risposero: «No». 6Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. 7Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. 8Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri. 9Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. 10Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». 11Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. 12Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. 13Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. 14Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti (Gv 21,1-14)

D. Catechesi biblica

1.       Gesù «signore» del sabato. La domenica nasce come «memoria» settimanale della risurrezione di Gesù, celebra la «presenza» attuale del Signore Risorto, attende la «promessa» della sua venuta gloriosa. Nei primi tempi del cristianesimo il dies dominicus non sostituì subito il sabato ebraico, ma visse in simbiosi con esso. Per comprendere questo dobbiamo sostare su tre momenti: il rapporto tra Gesù e il sabato; il sorgere del primo giorno della settimana; la domenica nei primi secoli. In questi tre momenti si rende presente il significato spirituale e teologico della domenica cristiana come memoria, presenza e promessa.

Nel vangelo Gesù ha manifestato una particolare libertà nei confronti del sabato, tanto che la sua attività taumaturgica sembra concentrarsi in quel giorno: si pensi all’epi­sodio delle spighe raccolte in giorno di sabato (Mc 2,23-28; Mt 12,1-8; Lc 6,1-5); alla guarigione dell’uomo con la mano inaridita (Mc 3,1-6; Mt 12,9-14; Lc 6,6-11), della donna curva (Lc 13,10-17) e di un idropico (Lc 14,1-6). L’evangelista Giovanni colloca di sabato la guarigione del paralitico alla piscina (Gv 5,1-18) e il racconto del cieco nato (Gv 9, 1-41).

Nei confronti del sabato Gesù si muove in una triplice prospettiva. Anzitutto, Gesù conferma la venerazione per il comandamento del sabato: al di là della pratica legalistica dei farisei, Gesù riconosce, vive e raccomanda il significato del sabato. L’episodio delle spighe strappate in giorno di sabato interpreta la Legge alla luce della volontà di Dio: «Il sabato è fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato». Il sabato ha come fine la vita dell’uomo in pienezza (Mc 3,4; Mt 12,11-12).

In secondo luogo: Gesù compie il senso del sabato, liberando l’uomo dal male. Il sabato è il vertice dell’opera di Dio e l’uomo è creato per il sabato autentico, cioè la comunione con Dio. La missione di Gesù si compie nell’offrire all’umanità la grazia di realizzare la sua vocazione, quella per cui Dio l’ha creata fin dall’origine. Ciò avviene soprattutto per coloro che sono feriti nel corpo e nell’anima: i malati, gli storpi, i ciechi, i peccatori. Il sabato è il giorno dei gesti di liberazione di Gesù. Infine, Gesù è il «Signore» del sabato. Rinnovando l’opera di creazione e liberazione dal male, Gesù rivela se stesso come la pienezza di vita, il fine del comandamento sabbatico. Gesù è Signore del sabato perché è il Figlio e, come Figlio, introduce nella pienezza del sabato.

Per sperimentare la «presenza» del Signore risorto, la famiglia deve lasciarsi illuminare dall’eucaristia domenicale. La celebrazione della messa diventa il cuore vivo e pulsante del giorno del Signore, della sua presenza qui e oggi come Risorto. L’eucaristia ci fa approdare sulla sponda del mistero santo di Dio. Nella domenica la famiglia trova il centro della settimana, il giorno che custodisce la sua vita quotidiana. Ciò avviene quando la famiglia si domanda: possiamo incontrare insieme il mistero di Dio? Nella sua semplicità, la celebrazione lascia che il «mistero» di Dio ci venga incontro. Il rito mette la famiglia in contatto con la sorgente della vita, la comunione con Dio e la comunione fraterna. Anzi, molto di più: il mistero cristianoè la vita nuova di Gesù risorto che si rende presente nell’assemblea eucaristica. L’eucaristia domenicale è il centro della domenica e della festa. In essa la famiglia riceve la vita nuova del Risorto, accoglie il dono dello Spirito, ascolta la parola, condivide il pane eucaristico, si esprime nell’amore fraterno. Per questo la domenica è il signore dei giorni, il giorno dell’incontro col Risorto!

2.     Il «primo giorno della settimana». La domenica è la «memoria» della Pasqua di Gesù. Secondo la concorde testimonianza evangelica, Cristo è risorto il «primo giorno della settimana» (Mc 16,2-9; Mt 28,1; Lc 24,1; Gv 20,1). In questo giorno si sono compiuti tutti gli eventi sui quali si fonda la fede cristiana: la risurrezione di Gesù, le apparizioni pasquali, l’effusione dello Spirito. I cristiani delle origini hanno ripreso il ritmo settimanale ebraico ma, a partire dalla risurrezione, hanno dato un’impor­tanza fondamentale al «primo giorno dopo il sabato» (Lc 24,1). Nella cornice di questo giorno, Giovanni e Luca collocano la memoria dei pasti presi con il Risorto (Lc 24, 13-35 e Gv 21,1-14), colorandoli di tratti eucaristici. Il testo di Giovanni 21 rende bene l’atmosfera degli incontri eucaristici delle prime comunità cristiane. Gesù «prende, rende grazie e distribuisce» il pane spezzato (Gv 21,12.9-14), e viene «riconosciuto allo spezzare del pane» (Lc 24,30.35). In continuità con i pasti di Gesù si pongono le «riunioni» del primo giorno della settimana, ricordate in At 20,7 come momento dell’assemblea comunitaria per lo «spezzare del pane»e l’ascolto della parola dell’apostolo, e menzionate in 1Cor 16,2 come giorno della colletta per i poveri di Gerusalemme. La domenica è connotata perciò da tre elementi: l’ascolto della Parola, lo spezzare il pane per la condivisione fraterna, la carità. Più tardi in Apc 1,10 sarà chiamata il «Giorno del Signore». La chiesa delle origini afferma così il legame di continuità e differenza con il sabato. Il «giorno del Signore» è il giorno della memoria della risurrezione.

Partecipando alla messa, la famiglia dedica spazio e tempo, offre energie e risorse, impara che la vita non è fatta di soli bisogni da esaudire, ma di relazioni da costruire. La gratuità dell’eucaristia domenicale richiede che la famiglia partecipi alla memoria della pasqua di Gesù. Nella messa la famiglia si alimenta alla mensa della parola e del pane, che dà sapore e senso alle parole e al cibo condivisi alla tavola di casa. Fin da piccoli i figli vanno educati all’ascolto della parola, riprendendo in casa ciò che si è ascoltato nella comunità. Ciò consentirà loro di scoprire la domenica come «giorno del Signore». L’incontro con Gesù risorto, al centro della domenica, deve alimentarsi alla memoria di Gesù, al racconto del Vangelo, alla realtà del pane spezzato e del corpo donato. La memoria del Crocifisso risorto segna la differenza della domenica dal tempo libero: se non incontriamo Lui, la festa non avviene, la comunione è solo un sentimento, la carità si riduce a un gesto di solidarietà, che però non costruisce la comunità cristiana e non educa alla missione. Mentre ci introduce al cuore di Dio, l’eucaristia della domenica fa la famiglia e la famiglia, nella comunità cristiana, fa in qualche modo l’Eucaristia.

3.     La domenica nei primi secoli. Nei primi tempi della vita della Chiesa, la domenica e l’eucaristia nel giorno del Signore sottolineavano fortemente anche l’attesa della venuta del Signore.

S. Giustino, filosofo e martire, ci ha lasciato l’immagine suggestiva della comunità cristiana riunita nel «giorno del Signore», corrispondente al giorno successivo al sabato.

«Nel giorno, detto del Sole, si fa l’adunanza. Tutti coloro che abitano in città o in campagna convengono nello stesso luogo, e si leggono le memorie degli apostoli o gli scritti dei profeti per quanto il tempo lo permette. Poi, quando il lettore ha finito, colui che presiede rivolge parole di ammonimento e di esortazione che incitano a imitare gesta così belle. Quindi tutti insieme ci alziamo ed eleviamo preghiere e, finito di pregare, viene recato pane, vino e acqua. Allora colui che presiede formula la preghiera di lode e di ringraziamento con tutto il fervore e il popolo acclama: Amen! Infine a ciascuno dei presenti si distribuiscono e si partecipano gli elementi sui quali furono rese grazie, mentre i medesimi sono mandati agli assenti per mano dei diaconi. Alla fine coloro che hanno in abbondanza e lo vogliono, danno a loro piacimento quanto credono. Ciò che viene raccolto, è deposto presso colui che presiede ed egli soccorre gli orfani e le vedove e coloro che per malattia o per altra ragione sono nel bisogno, quindi anche coloro che sono in carcere e i pellegrini che arrivano da fuori. In una parola, si prende cura di tutti i bisognosi» (cf I Apologia, LXVII, 36).

La domenica è il giorno dell’as­semblea dei cristiani, e ci fa sentire il clima delle prime comunità che vivevano l’eucaristia domenicale come «anticipo» della vita nuova donata dal Risorto e «promessa» della trasformazione del mondo. La chiesa e la famiglia sono oggi nuovamente convocate a questa sorgente zampillante affinché l’originalità della domenica cristiana non vada perduta. Soprattutto in alcuni periodi dell’anno, come l’Avvento e il Natale, si rinnova l’attesa per la venuta del Signore, attraverso i gesti che in famiglia e nella comunità alimentano il senso della speranza.

 

E. Ascolto del Magistero

La famiglia è gelosa della domenica, «giorno di gioia e di riposo»: così la definisce il Vaticano II nella costituzione Sacrosanctum Concilium. Deve essere gelosa non tanto della domenica come giorno libero, riposo collettivo, festa di popolo, ma soprattutto della domenica come «giorno del Signore», cioè come giorno dell’assemblea eucaristica, da cui parte e verso cui converge (fonte e culmine), in unità di tempo e di luogo, tutta la vita cristiana. Gli altri aspetti della domenica vengono dopo: sono importanti, ma non essenziali. È necessaria alla famiglia l’assemblea eucaristica. La famiglia cristiana organizza la sua vita, educa sé e i suoi figli in modo da poter dare alla messa la precedenza su ogni altro impegno.

Domenica, giorno del Signore

Secondo la tradizione apostolica, che ha origine dallo stesso giorno della risurrezione di Cristo, la Chiesa celebra il mistero pasquale ogni otto giorni, in quello che si chiama giustamente «giorno del Signore» o «domenica». In questo giorno infatti i fedeli devono riunirsi in assemblea per ascoltare la parola di Dio e partecipare alla eucaristia e così far memoria della passione, della risurrezione e della gloria del Signore Gesù e render grazie a Dio, che li «ha rigenerati nella speranza viva per mezzo della risurrezione di Gesù Cristo dai morti» (1 Pt 1,3). Per questo la domenica è la festa primordiale che deve essere proposta e inculcata alla pietà dei fedeli, in modo che risulti anche giorno di gioia e di riposo dal lavoro. Non le venga anteposta alcun’altra solennità che non sia di grandissima importanza, perché la domenica è il fondamento e il nucleo di tutto l’anno liturgico. [Sacrosanctum Concilium ,106]

 

F. Domande per il dialogo di coppia e in gruppo

Domande per la coppia
  1. Come sono sentiti nella nostra famiglia la domenica e l’incontro con il Signore risorto?
  2. I gesti e la ritualità in casa e nella comunità consentono di percepire la vita nuova del Risorto, la gioia della sua presenza?
  3. L’esperienza della gratuità delle cose e del tempo, l’ascolto della Parola in casa e in chiesa, la mensa eucaristica condivisa, ci fanno vivere la domenica come pasqua settimanale?
  4. In quali momenti dell’anno specialmente, e con quali gesti viviamo l’eucaristia domenicale come tempo dell’attesa e della speranza?
Domande per il gruppo familiare e la comunità
  1. Nella società attuale che cosa impedisce di vivere la domenica come dies dominicus (giorno del Signore)?
  2. L’educazione al rito e l’atmosfera della comunità cristiana introducono veramente all’incontro con il Crocifisso risorto?
  3. Come la domenica può diventare il giorno del Vangelo e della memoria della risurrezione di Gesù?
  4. In che modo il cammino dell’anno liturgico, con i suoi tempi e le sue feste, riesce a esprimere l’attesa del Signore?

G. Un impegno per la vita familiare e sociale

H. Preghiere spontanee. Padre Nostro

I. Canto finale

Torna all'indice

10. LA FESTA TEMPO PER LA COMUNITÀ

A. Canto e saluto iniziale

B. Invocazione dello Spirito Santo

C. Lettura della Parola di Dio

46Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, 47 lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati (At 2,46-47).

33Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore (At 4,33)

42E ogni giorno, nel tempio e nelle case, non cessavano di insegnare e di annunciare che Gesù è il Cristo (At 5,42).

43«Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, 44 e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. 45Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10, 43-45)

1C’erano nella Chiesa di Antiòchia profeti e maestri: Bàrnaba, Simeone detto Niger, Lucio di Cirene, Manaèn, compagno d’infanzia di Erode il tetrarca, e Saulo. 2Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: «Riservate per me Bàrnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati». 3Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li congedarono. 4Essi dunque, inviati dallo Spirito Santo, scesero a Selèucia e di qui salparono per Cipro. 5Giunti a Salamina, cominciarono ad annunciare la parola di Dio nelle sinagoghe dei Giudei, avendo con sé anche Giovanni come aiutante (At 13,1-5).

D. Catechesi biblica

1.       Giorno della comunione. Il giorno del Signore fa vivere la festa come tempo per gli altri, giorno della comunione e della missione. L’eucaristia è memoria del gesto di Gesù: questo è il corpo donato, questo è il sangue versato per voi e per tutti. Il «per voi e per tutti» lega strettamente la vita fraterna (per voi) e l’apertura a tutti (per la moltitudine). Nella congiunzione «e» sta tutta la forza della missione evangelizzatrice della famiglia e della comunità: è donato a noi affinché sia per tutti.

La chiesa che nasce dall’eucaristia domenicale è aperta  a tutti. La prima forma della missione è di costruire la comunione tra i credenti, di fare della comunità una famiglia di famiglie. Questa è anche la legge fondamentale della missione: la chiesa unita e concorde è la testimonianza più persuasiva per il mondo. La chiesa può diventare scuola di missione solo se è casa della comunione. I passi degli Atti degli Apostoli sopra riportati ci offrono l’immagine delle prime comunità che vivono la loro esperienza cristiana tra la casa e il tempio. La festa e la domenica sono il momento per rinnovare la vita ecclesiale, così che la comunità credente assuma il clima della vita familiare e la famiglia si apra all’orizzonte della comunione ecclesiale.

La chiesa locale e la parrocchia sono la presenza concreta del Vangelo nel cuore dell’esistenza umana. Sono le figure della Chiesa più conosciute per il loro carattere di vicinanza e accoglienza per tutti. In molti paesi le parrocchie hanno indicato la «vita buona» secondo il vangelo di Gesù e hanno sorretto il senso di appartenenza alla Chiesa. Come afferma il Concilio Vaticano II, nelle chiese locali «la Chiesa cammina insieme con l’umanità tutta e sperimenta assieme al mondo la medesima sorte terrena» (Gaudium et spes, 40). Nella parrocchia le famiglie, che sono «chiesa domestica», fanno sì che la comunità parrocchiale sia una chiesa tra le case della gente. La vita quotidiana, col ritmo di lavoro e festa, consente al mondo di entrare nella casa e apre la casa al mondo. D’altra parte, la comunità cristiana deve prendersi cura delle famiglie, sottraendole alla tentazione di rinchiudersi nel loro «appartamento» e aprendole ai cammini della fede. Nella famiglia la vita è trasmessa come dono e promessa; in parrocchia la promessa contenuta nel dono della vita viene accolta e alimentata. Il giorno del Signore diventa giorno della Chiesa quando aiuta a sperimentare la bellezza di una domenica vissuta assieme, evitando la banalità di un fine settimana consumistico, per realizzare talvolta anche esperienze di comunione fraterna tra le famiglie.

2.      Giorno della carità. Il giorno del Signore come dies ecclesiae diventa giorno della carità. La chiesa che si alimenta all’eucaristia domenicale è la comunità a servizio di tutti. La famiglia, anche se non da sola, è la rete in cui si trasmette questo servizio. Il bel testo del vangelo di Marco sopra riportato illustra come nell’eucaristia domenicale Gesù sta in mezzo a noi come uno che serve. Questo è il criterio del servizio nella comunità: chi vuol essere il più grande si faccia piccolo (vostro servitore), e chi vuol essere il primo si dedichi ai poveri e ai piccoli (servo di tutti). Il servizio della carità è un tratto caratterizzante della domenica cristiana. Alcuni tempi liturgici (l’Avvento e soprattutto la Quaresima) lo propongono come un compito essenziale delle famiglie e della comunità. La domenica diventa così il «giorno della carità».

Il servizio della carità esprime il desiderio della comunione con Dio e tra i fratelli. La famiglia, lungo la settimana, viene incontro ai bisogni di ogni giorno, ma la vita familiare non può fermarsi a dare cose e a eseguire impegni: deve far crescere il legame tra le persone, la vita buona nella fede e nella carità. Senza un’esperienza di servizio in casa, senza pratica dell’aiuto reciproco e la partecipazione alle fatiche comuni, difficilmente nasce un cuore capace di amore. Nella famiglia i figli sperimentano giorno dopo giorno l’instancabile dedizione dei genitori e il loro umile servizio, apprendendo dal loro esempio il segreto dell’amore. Quando nella comunità parrocchiale i ragazzi e i giovani dovranno allargare l’orizzonte della carità alle altre persone, potranno condividere l’esperienza di amore e di servizio imparata in casa. L’insegnamento pratico della carità, soprattutto nelle famiglie con un unico figlio, dovrà subito aprirsi a piccole o grandi forme di servizio agli altri.

3.      Giorno dell’invio in missione. La dimensione missionaria della chiesa è al centro dell’eucaristia domenicale e apre le porte della vita di famiglia al mondo. La comunità domenicale è per definizione comunità missionaria. Nella bella icona del Libro degli Atti sopra citato, viene ritratta la comunità di Antiochia che, mentre celebra il culto del Signore, forse domenicale, è spinta dallo Spirito alla missione. Nel giorno del culto, la comunità diventa missionaria. La missione non riguarda solo i singoli inviati, ma mostra la sua efficacia quando tutta la chiesa, con la varietà dei suoi carismi, ministeri e vocazioni, diventa il segno reale della carità di Cristo per tutti gli uomini. Le forme missionarie della comunità sono diverse, ma tutte devono condurre gli uomini a Cristo. La famiglia è chiamata ad evangelizzare in modo proprio e insostituibile: al suo interno, nel suo ambiente (vicini, amici, parenti), nella comunità ecclesiale, nella società.

La comunità eucaristica allargherà il suo sguardo a un orizzonte universale, assumendo la sollecitudine di Paolo per tutte le chiese. Se la missio ad gentes è l’orizzonte della missione per la chiesa, anche la chiesa locale è, sul proprio territorio, inviata ad annunciare il Vangelo. L’educazione all’accoglienza degli altri, del diverso, dell’immi­grato, dovrà partire dalle famiglie e ricevere un impulso dalla comunità. Prima ancora, è in famiglia che, non di rado, nasce l’intuizione di una vita spesa per gli altri, dedicata alla missione e all’impegno nel mondo. In molte famiglie cristiane, con una forte esperienza di umanità e di amore, e con la frequenza all’eucaristia domenicale, sono sbocciate splendide storie di vocazione per il servizio nella società, per l’impegno nel volontariato, per la testimonianza nella politica, per la missione negli altri paesi del mondo. La relazione tra domenica ed eucaristia, tra chiesa e missione, tra famiglia e servizio agli altri, richiede una rinnovata opera di introduzione all’essenziale della vita cristiana, che sproni a una nuova coscienza missionaria. La forza straordinaria della domenica, incentrata sull’eucaristia domestica, ha portato i martiri di Abitene fino al martirio.

«Hai agito contro le prescrizioni degli imperatori e dei Cesari radunando tutti costoro?». E il presbitero Saturnino, ispirato dallo Spirito del Signore, rispose: «Abbiamo celebrato l’eucaristia domenicale senza preoccuparci di esse». Il proconsole domandò: «Perché?». Rispose: «Perché l’eucaristia domenicale non può essere tralasciata» (IX).

«Nella tua casa sono state tenute riunioni contro il decreto degli imperatori?». Emerito, ripieno di Spirito Santo, disse: «In casa mia abbiamo celebrato l’eucaristia domenicale». E quello: «Perché permettevi loro di entrare?». Replicò: «Perché sono miei fratelli e non avrei potuto impedirlo». «Eppure – riprese il proconsole – tu avevi il dovere di impedirglielo». E Lui: «Non avrei potuto perché noi cristiani non possiamo stare senza l’eucaristia domenicale» (Acta Saturnini, Dativi, et aliorum plurimorum martyrum in Africa, XI).

Nei primi secoli l’eucaristia domenicale ha permesso alla chiesa di diffondersi sino ai confini del mondo. Oggi ancora, la vita quotidiana della famiglia e della chiesa è invitata a ripartire da lì: senza l’eucaristia domenicale i cristiani non possono vivere.

 

E. Ascolto del Magistero

La domenica è la ripetizione nel ciclo breve del tempo settimanale del grande mistero della Pasqua. È detta anche «piccola Pasqua domenicale». «Vivere secondo la domenica» vuol dire vivere nella consapevolezza della liberazione portata da Cristo, perché la sua vittoria si manifesti pienamente a tutti gli uomini attraverso una condotta intimamente rinnovata. La domenica come festa per gli altri non va intesa solo in funzione liturgica: essa è un valore umano, oltre che un dono cristiano. Non vivere i giorni uguali (e solo la domenica ha il segreto della diversità), dedicare tempo alla comunità e alla carità è una via efficace per la liberazione dell’uomo dalla servitù del lavoro.

 

Vivere secondo la domenica

Questa radicale novità che l’Eucaristia introduce nella vita dell’uomo si è rivelata alla coscienza cristiana fin dall’inizio. I fedeli hanno subito percepito il profondo influsso che la Celebrazione eucaristica esercitava sullo stile della loro vita. Sant’Ignazio di Antiochia esprimeva questa verità qualificando i cristiani come «coloro che sono giunti alla nuova speranza», e li presentava come coloro che vivono «secondo la domenica» (iuxta dominicam viventes). Questa formula del grande martire antiocheno mette chiaramente in luce il nesso tra la realtà eucaristica e l’esistenza cristiana nella sua quotidianità. La consuetudine caratteristica dei cristiani di riunirsi nel primo giorno dopo il sabato per celebrare la risurrezione di Cristo – secondo il racconto di san Giustino martire – è anche il dato che definisce la forma dell’esistenza rinnovata dall’incontro con Cristo. La formula di sant’Ignazio – «Vivere secondo la domenica» – sottolinea pure il valore paradigmatico che questo giorno santo possiede per ogni altro giorno della settimana. Esso, infatti, non si distingue in base alla semplice sospensione delle attività solite, come una sorta di parentesi all’interno del ritmo usuale dei giorni. I cristiani hanno sempre sentito questo giorno come il primo della settimana, perché in esso si fa memoria della radicale novità portata da Cristo. Pertanto, la domenica è il giorno in cui il cristiano ritrova quella forma eucaristica della sua esistenza secondo la quale è chiamato a vivere costantemente. «Vivere secondo la domenica» vuol dire vivere nella consapevolezza della liberazione portata da Cristo e svolgere la propria esistenza come offerta di se stessi a Dio, perché la sua vittoria si manifesti pienamente a tutti gli uomini attraverso una condotta intimamente rinnovata. [Sacramentum Caritatis, 72]

 

F. Domande per il dialogo di coppia e in gruppo

Domande per la coppia
  1. La nostra famiglia sente la domenica come un tempo con e per gli altri?
  2. Com’è il rapporto tra la nostra famiglia, le altre famiglie e la comunità cristiana?
  3. Quali gesti di servizio e di carità viviamo dentro casa durante la settimana? Quali impegni di carità suggeriamo per gli altri, soprattutto per i più bisognosi?
  4. La nostra casa ha la porta aperta sul mondo, ai suoi problemi e ai suoi bisogni?
Domande per il gruppo familiare e la comunità
  1. La dimensione comunitaria della domenica risulta oggi poco vissuta. Quali rimedi e suggerimenti possiamo trovare?
  2. Le comunità cristiane trasmettono alle famiglie l’esperienza della comunione? Le famiglie sollecitano le comunità cristiane a uno stile di vita più fraterno?
  3. La carità è divenuta un’attenzione costante della vita parrocchiale? Le associazioni e istituzioni caritative (Caritas) sono espressione di tutta la comunità?
  4. Come le famiglie si aiutano nell’educare al valore di una vita spesa per gli altri, a suscitare vocazioni per la missione?

G. Un impegno per la vita familiare e sociale

H. Preghiere spontanee. Padre Nostro

I. Canto finale

Torna all'indice
© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana